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La Strategia di Sviluppo Locale del GAL Maiella Verde è incardinata sull’approccio collettivo e collaborativo basato su progetti di cooperazione fra attori riuniti in una formula definita “COMUNITÀ DI PROGETTO.

La Comunità di Progetto Cereali delle Colline Vastesi ha l’obiettivo di dare nuovo input alla cerealicoltura del Vastese. 
L’agricoltura potrebbe essere una delle principali attività da svolgere sul territorio in sinergia con la valorizzazione, anche in chiave turistica, delle produzioni cerealicole locali.

Abbiamo intervistato Emanuele Berardi, uno dei promotori e referente della comunità, per conoscere meglio il progetto.

Emanuele Berardi

Conosciamo Emanuele Berardi, referente e coordinatore del progetto.  
Da quattro anni assessore al Comune di Tufillo, dopo aver vissuto per quindici anni a Bologna, nel 2012 è tornato in Abruzzo per vivere nel suo territorio di origine e impegnarsi in un percorso di cambiamento sociale ed economico per  ripopolare le aree interne dell’Appennino. 
Su questo percorso, oltre al diretto impegno politico, ha collaborato alla nascita di una cooperativa di comunità per creare opportunità di lavoro sul territorio.       
     

Come e perché nasce il progetto?
Nasce dalla convinzione che l’agricoltura potrebbe essere una delle principali attività da svolgere sul territorio in sinergia con la valorizzazione, anche in chiave turistica, delle produzioni agroalimentari locali. Continuare a competere con un modello agricolo globalizzato, soprattutto come singoli e piccoli agricoltori, non ha un futuro e lo si può ben percepire dal livello di abbandono della superficie agricola territoriale. La progettualità nasce per delineare un possibile percorso di  rinascita della cerealicoltura locale.           

I cereali delle colline vastesi, quali sono le peculiarità?
La cerealicoltura è stata sempre praticata nel territorio di riferimento, tanto che, fino agli anni ’30, erano presenti  coltivazioni di riso lungo i corsi del fiume Trigno e Treste.
L’area d’interesse è quella del Medio e Alto Vastese, storicamente caratterizzata da seminativi alternati tra uliveti, orti, vigneti e boschi. L’entroterra vastese è una delle aree, in Abruzzo, dove sono stati meglio conservati i seminativi arborati: questo potrebbe contribuire ad aggiungere anche una valenza turistica alla progettualità in un’ottica di conservazione ed evoluzione paesaggistica.
Negli ultimi decenni, le varietà da sempre utilizzate sul territorio ovvero i grani antichi, sono state in larga parte abbandonate.
Tra le cause, l’avvento della moderna agricoltura e il drastico calo remunerativo legato al mercato globale dei cereali, lo scarso ricambio generazionale nelle aziende frutto sia dello spopolamento che della scarsa attrazione per il settore da parte dei giovani, l’eliminazione degli alberi e delle siepi tra i seminativi, l’aumento della fauna selvatica sul territorio, in particolare degli ungulati. 
Tuttavia sono state riattivate diverse coltivazioni, da parte degli agricoltori più sensibili e attenti, sapienti coltivatori prima che imprenditori agricoli, sebbene anche dal punto di vista imprenditoriale ci siano interessanti prospettive sul percorso che la comunità di progetto intende perseguire.
Tra le varietà già coltivate sono presenti il Senatore Cappelli, il Saragolla, la Solina e il Farro a cui si potrebbero aggiungere varietà di cereali minori come l’orzo, potenzialmente fruibile da un microbirrificio e altre varietà caratteristiche dell’Abruzzo come Ruscia, Risciola, Marzuolo, Sècina, Casorella, Bianchetta. Emblematica la conservazione sul territorio del Frassinese dovuta alla consuetudine, presso Roccaspinalveti, di utilizzare esclusivamente la farina di questa varietà per la preparazione di alcuni dolci tradizionali in occasione dei matrimoni. 

Quali sono gli obiettivi del progetto?
Oltre all’obiettivo di arrivare a produrre cereali di qualità che possano diventare anche la base dell’alimentazione locale attraverso il coinvolgimento dei trasformatori, vogliamo introdurre, con la Comunità di Progetto, moderne tecniche agricole rispettose della salute, dei suoli e dell’assetto idrogeologico territoriale. 
Obiettivo condiviso inoltre è quello di intraprendere azioni per contrastare il problema degli ungulati che è uno dei principali ostacoli al raggiungimento degli obiettivi generali prefissati.

Quali azioni volete intraprendere?
In ordine di priorità temporale vogliamo dotarci di una trappola di cattura mobile per diminuire il numero di ungulati sul territorio e destinare i capi a una filiera delle carni. Siamo già in contatto con un progetto di filiera nato dai recenti PSR della Regione Abruzzo, tuttavia sappiamo benissimo che a livello burocratico sarà difficile ottenere permessi per la cattura di ungulati in quanto il territorio di riferimento non è gestito da un ente parco o una riserva naturale. 
Per i cereali saranno intraprese azioni di sensibilizzazione e formazione su tematiche come il biologico, il disegno Keyline, il miglioramento genetico evolutivo-partecipativo, i sistemi agroforestali. Inoltre vorremmo dotarci di uno o più mulini a pietra (eventualmente su subaree) per valorizzare direttamente le produzioni in loco.         

Quali sfide?
Una delle prime sfide da superare è ottenere i permessi per effettuare la cattura dei cinghiali o comunque trovare alternative per risolvere il problema.  Poi si affronteranno le altre in quanto per gli agricoltori non si può prescindere dal problema se si vuole lavorare sui cereali.     

Come vi siete organizzati? Chi aderisce alla Comunità di Progetto?
Al momento abbiamo una rete di otto agricoltori già avviati sul biologico o interessati alla conversione. Stiamo cercando di coinvolgere altri portatori di interesse sperando nell’adesione, oltre che di altri agricoltori, anche dei singoli Comuni dell’area di riferimento, di qualche trasformatore e  dei cittadini che potrebbero essere interessati quali consapevoli consumatori.           

Operativamente? Quali azioni concrete state implementando ora?
Stiamo diffondendo la progettualità per raccogliere adesioni, facendo diverse sperimentazioni agricole (su miscuglio d’orzo) e alcuni test sulle farine con un piccolo mulino a pietra.

Quali risultati volete raggiungere da qui a un anno? E come si potranno “visualizzare” concretamente?
Superare i vincoli burocratici sulla cattura degli ungulati ed essere operativi su questa linea d’azione. Contemporaneamente vorremmo aver completato il programma di sensibilizzazione e formazione e avere qualche centinaia di ettari di seminativi coinvolti nella progetto.

L’articolo Cereali delle Colline Vastesi, quali sfide? Intervista ad Emanuele Berardi è tratto dal sito della Comunità di Progetto Cereali delle Colline Vastesi.

La Strategia di Sviluppo Locale del GAL Maiella Verde è incardinata sull’approccio collettivo e collaborativo basato su progetti di cooperazione fra attori riuniti in una formula definita “COMUNITÀ DI PROGETTO.

La Comunità di Progetto Sedano Nero delle Coste di Torricella Peligna ha l’obiettivo di incentivare e  valorizzare la coltura del Sedano Nero torricellano, a partire dal recupero del suo germoplasma originario.

Abbiamo intervistato Anna Di Marino, referente della comunità, per conoscere meglio il progetto.

Sedano Nero

Conosciamo Anna Di Marino, referente e coordinatrice del progetto.  
Imprenditrice agricola, ha lavorato come consulente informatico, insegnante e assistente di laboratorio. Sette anni fa ha deciso di prendere in mano le redini dell’azienda di famiglia, e oggi, ormai giunta alla terza generazione, si dedica esclusivamente all’agricoltura e al recupero e alla valorizzazione del Sedano Nero delle Coste di Torricella Peligna.

Come e perché nasce il progetto?
Dalla volontà di noi coltivatori locali di tutelare e valorizzare un prodotto di nicchia che negli anni era andato quasi perso. Il Sedano Nero, da sempre coltivato a Torricella e presente soprattutto negli orti familiari, può essere una risorsa e generare valore per tutta la comunità locale. 
Qualche anno fa abbiamo recuperato il seme antico, che io custodisco, e iniziato con altri agricoltori un percorso di recupero e tutela. 
Attraverso la comunità vogliamo caratterizzare il Sedano Nero, incentivare la sua coltivazione senza perdere di vista l’aspetto qualitativo e creare un’economia locale.

Il Sedano Nero delle Coste di Torricella Peligna, quali sono le sue peculiarità?
Considerato il prodotto agronomico per eccellenza di Torricella Peligna, è localmente conosciuto come “lu lacce nero” in quanto presenta la colorazione verde scura dei piccioli fogliari, caratteristica fisiologica ancestrale mantenuta dalla pianta fino al termine della fase vegetativa.
Non ci sono fonti storiche certe riguardo la sua comparsa sul territorio, tuttavia secondo alcuni documenti del  XVII secolo il suo consumo è legato alla festività dei santi Cosma e Damiano di Roccascalegna, medici che secondo la tradizione locale curavano i pazienti proprio con il sedano, ricco di proprietà benefiche. Quindi in occasione della festa patronale, a fine settembre, la consuetudine era quella di recarsi da Roccascalegna nella vicina Torricella per acquistare il prezioso sedano, portarlo in benedizione ai santi e distribuirlo alla popolazione locale.
L’abbondanza di acqua di cui è ricca Torricella ha favorito la coltura del sedano che storicamente avveniva proprio in prossimità di fontane e pozzi di cui tutto il territorio è ricco. La Fontana delle Coste, da cui deriva il nome “Sedano Nero delle Coste”, sorge nelle immediate vicinanze del centro storico, e prende il nome dal quartiere più antico del paese, un’area generosa di orti suburbani e irrigui, presenti ancora oggi anche se in maniera marginale rispetto al passato. 
Tra le altre zone storicamente elette alla coltivazione del Sedano Nero, quella delle Rose, la Flaviana, quella del Purgatorio, mentre nelle aree limitrofe alle contrade erano utilizzati pozzi e trocchi da cui si faceva defluire l’acqua per irrigare le coltivazioni.
Le caratteristiche del terreno che ha un substrato argilloso, le condizioni pedologiche e microclimatiche, rendono il Sedano Nero un prodotto unico: ha pochi filamenti, non è spugnoso all’interno, ha consistenza polposa e tenera, sapore pronunciato ma allo stesso tempo delicato e croccante.

Quali sono gli obiettivi del progetto?
Ripristinare questa antica coltura locale, recuperare il suo germoplasma originario e caratterizzarlo così da poter ottenere la certificazione. 
E’ necessario conoscere attraverso attente analisi il prodotto e arrivare a un disciplinare da rispettare che renda la qualità un obiettivo perseguibile per tutti i produttori coinvolti. Vogliamo incentivare la coltivazione del Sedano Nero senza perdere di vista la qualità.
E’ importante strutturare anche una rete di vendita, coinvolgere la ristorazione locale, e in un secondo momento creare un laboratorio per la trasformazione (l’idea è quella di realizzare delle confetture), e un magazzino per lo stoccaggio del prodotto in quanto ci piacerebbe anche investire nell’e-commerce. Ovviamente trattandosi di un prodotto fresco (ha una shelf-life di 7/10 giorni) e stagionale (da settembre a dicembre), ci sono delle difficoltà, che tuttavia possono essere superate attraverso coltivazioni scaglionate durante l’anno e con il supporto delle serre.

Quali sfide?
La principale sfida che abbiamo davanti è quella di riuscire a fare un percorso comune, collaborare concretamente e non solo a parole. 
La comunità di progetto rappresenta un’opportunità per fare sistema, abbiamo finalmente l’occasione per fare tutti la nostra parte, e in sinergia con gli altri.

Come vi siete organizzati? Chi aderisce alla Comunità di Progetto?
Attualmente hanno aderito alla Comunità cinque produttori, e probabilmente se ne aggiungeranno altri, il Comune di Torricella Peligna, ristoranti e bar, agriturismi, alcuni negozi di alimentari, un botanico, un accompagnatore di montagna, l’associazione Majella Travel e dovrebbe aderire l’ente Parco Nazionale della Majella.

Operativamente? Quali azioni concrete state implementando ora? 
Come produttori abbiamo di recente finito di trapiantare le piantine di sedano, quindi in questo periodo ci siamo focalizzati soprattutto sull’aspetto produttivo. Come Comunità di Progetto stiamo raccogliendo le ultime adesioni dei portatori d’interesse presenti sul territorio e stiamo procedendo con l’implementazione della strategia e del piano di lavoro.

Quali risultati volete raggiungere da qui a un anno? E come si potranno “visualizzare” concretamente?
Tra un anno avremo nuove piantine, quindi maggiore quantità di prodotto. Speriamo anche di essere a buon punto con il processo di caratterizzazione genetica in quanto le analisi, con il supporto del Parco Nazionale della Majella, sono in procinto di partire. Avremo un nostro marchio ovvero un brand del Sedano Nero delle Coste di Torricella Peligna. Con la comunicazione, anche digitale, vogliamo partire quanto prima così da sensibilizzare il consumatore finale e la comunità locale. 
La nostra speranza è che attraverso il Sedano Nero si arrivi a uno sviluppo economico-produttivo dell’area di riferimento e siamo convinti che questo prodotto possa anche dare un impulso nuovo e importante alla promozione del territorio stesso, agli aspetti storici, naturalistici, paesaggistici e architettonici, come la rivalutazione degli orti suburbani ed irrigui.
Questo progetto può generare una base operativa e cooperativa di collaborazione tra diversi settori e, con lo stesso principio che ha mosso la Comunità del Sedano, si possono indirizzare al recupero e alla valorizzazione anche altre colture autoctone che contraddistinguono il nostro territorio.

L’articolo Sedano Nero delle Coste di Torricella Peligna, quali sfide? Intervista ad Anna Di Marino è tratto dal sito della Comunità di Progetto Sedano Nero delle Coste di Torricella Peligna.

La Strategia di Sviluppo Locale del GAL Maiella Verde è incardinata sull’approccio collettivo e collaborativo basato su progetti di cooperazione fra attori riuniti in una formula definita “COMUNITÀ DI PROGETTO.

La Comunità di Progetto Terre e borghi dell’Alto Vastese ha l’obiettivo di promuovere un modello di sviluppo turistico sostenibile e competitivo del territorio dell’Alto Vastese, basato sull’equilibrio tra le risorse naturali e ambientali e le esigenze economiche e sociali della Comunità locale.

Abbiamo intervistato Giuseppe Di Marco, referente della comunità, per conoscere meglio il progetto Terre e borghi dell’Alto Vastese.

Conosciamo Giuseppe Di Marco, referente e coordinatore del progetto.  
Presidente di Legambiente Abruzzo, si occupa di economia civile con una predilezione per le progettazioni che nascono dal basso e che coinvolgono le comunità locali, con l’intento di dare un modello di sviluppo economico e sociale alle realtà territoriali delle aree interne. È anche impegnato nel settore turistico con la DMC Costiera dei Trabocchi ed è nel campo della progettazione sociale con lo sportello Empowerment della pubblica amministrazione del vastese.

Come e perché nasce il progetto?
Nasce dall’esigenza di cinque Comuni dell’Alto Vastese di riappropriarsi di un’identità territoriale e dare al tempo stesso una risposta di vivibilità del territorio, di promozione, di sviluppo turistico sostenibile e competitivo, basato sull’equilibrio tra le risorse naturali e ambientali e le esigenze economiche e sociali della Comunità locale.
L’idea è quella di strutturare dei “green hub” ovvero degli snodi che permettano di catalizzare informazioni e servizi, dei “punti di accesso” per un miglior raccordo e una mobilità del territorio.
Attraverso la Comunità di Progetto vogliamo mettere in campo tutte quelle azioni che portino alla creazione di un distretto di economia civile.      

Qual è il territorio di riferimento e quali sono le sue attrattive?
Il territorio dell’Alto Vastese e nello specifico i Comuni di Carunchio, Torrebruna, Celenza sul Trigno, Fraine e Roccaspinalveti.
Ciascun borgo ha le sue peculiarità o meglio degli attrattori riconducibili al turismo attivo, a quello enogastronomico e culturale. Quindi attrattive naturalistiche, produzioni enogastronomiche, beni archeologici, chiese, piccoli musei, affreschi, che ad oggi sono solo in parte valorizzate e conosciute sia a livello locale che extraterritoriale.
Come Comunità vogliamo costruire modelli nuovi di fruizione di questi territori che mettano al centro la sostenibilità. Un turismo legato alla natura, ma che allo stesso tempo valorizzi risorse come i luoghi di culto, per esempio il santuario Mater Domini di Fraine, le piccole chiese rurali. Attrattive che si vanno ad affiancare al Parco Avventura di Celenza sul Trigno, all’articolata rete sentieristica tra i borghi, in un’area dove sono presenti siti d’interesse comunitario. I singoli attrattori naturalistici, culturali, sportivi ed enogastronomici saranno messi in rete tra loro nell’ottica di presentare un’unica offerta della destinazione turistica Alto Vastese.

Quali sono gli obiettivi del progetto?
Principale obiettivo è la messa a sistema di tutti gli attrattori turistici del territorio che possono essere considerati elementi trainanti, insieme al recupero e alla riqualificazione degli spazi, che permettono di arricchire questo scenario. Vogliamo creare un sistema turistico sostenibile, in grado di far interagire e collegare le Comunità promotrici e i territori di riferimento, una rigenerazione dei comparti del territorio capace di integrare risorse naturali, archeologiche, storiche e culturali, che inneschi un “percorso di sviluppo”.
La costituzione di una rete di interscambio dei servizi all’interno della comunità, nel lungo periodo e in un contesto più ampio, può dare vita a un “distretto di economie civili” e a tutta una serie di riflessioni, non solo turistiche, ma anche economiche, sociali, sanitarie.  

Qual è il turismo di riferimento?
Il turismo attivo e sostenibile, quindi la vacanza che mette in movimento la famiglia (il nostro target principale) che ha nelle sue priorità la sostenibilità ambientale.      
Guardiamo anche a un pubblico straniero, tendenzialmente nordeuropeo che ha intenzione di vivere gli spazi del nostro entroterra, anche se quest’anno, a causa del Covid-19, sarà il turismo di prossimità a dominare la scena. Inoltre è importante lavorare per garantire un turismo per i target più fragili, come quello dei diversamente abili. 

Quali sfide?   
Ci sono ancora troppi campanilismi. L’area di riferimento ha attrattive e potenzialità, ma nel corso degli anni la collettività non ci ha mai creduto, ci sono sempre state azioni frammentate e non coordinate. 
La Comunità di Progetto può essere l’elemento di novità forte, una risposta di sistema, un’iniziativa che ha la capacità di fare rete, quella “rete” che per vent’anni è sempre stata “rimessa al centro” del dibattito, ma di fatto non è mai stata realizzata. Tutti devono capire che questo progetto è un punto di partenza, un investimento collettivo ed è necessario credere nel territorio, ragionare su quello che può offrire, e quindi partire da un’unica visione.

Come vi siete organizzati? Chi aderisce alla Comunità di Progetto?        
La comunità è costituita da cinque Comuni dell’Alto Vastese: Carunchio, Torrebruna, Celenza sul Trigno, Fraine e Roccaspinalveti; aderiscono anche Legambiente Abruzzo, la DMC Costiera dei Trabocchi, il CEA Centro APE d’Abruzzo e l’Associazione dei produttori della Ventricina del Vastese.
L’idea è quella di coinvolgere oltre agli attori pubblici, soprattutto gli attori privati, come i piccoli produttori e la ristorazione locale. Inoltre c’è desiderio di collaborazione anche da parte di alcuni operatori della costa, che sempre più volgono lo sguardo verso l’entroterra.
Le aree interne hanno un’enorme potenzialità e, in un futuro che non è poi così lontano, con il rischio della desertificazione e dei cambiamenti climatici, si andrà verso la riscoperta degli spazi interni che saranno più vivibili rispetto a quelli costieri.          
La volontà è quella di costruire un territorio accogliente che metta a sistema la costa con le aree interne: il turismo può essere l’elemento vincente che può alimentare il dialogo.
Un altro aspetto importante è il coinvolgimento del terzo settore che attraverso  diverse associazioni può garantire servizi necessari sul territorio. Pensiamo alle Pro Loco e alle associazioni di volontariato che possono contribuire a sviluppare sistemi di hub territoriali.

Operativamente? Quali azioni concrete state implementando e andrete a implementare?
Il rafforzamento della rete, la condivisione di un programma di startup della Comunità di Progetto, la messa a sistema degli attrattori e delle risorse endogene del territorio e la valorizzazione progettuale del turismo attivo e sostenibile.

Quali risultati volete raggiungere da qui a un anno? E come si potranno “visualizzare” concretamente sul territorio?
Obiettivo immediato è quello di strutturare e mettere in funzione la Comunità di Progetto organizzando una prima azione di consolidamento della rete. Questo può passare attraverso la messa a sistema del discorso sul turismo che in questo momento vive di forza propria e può essere l’elemento trascinatore dell’idea complessiva. Al tempo stesso la costituzione della Comunità diventa laboratorio reale di discussione su quelli che possono essere gli elementi per arrivare nel medio-lungo termine alla costruzione di un distretto di economia civile, in un’ottica più ampia di progetto e programma così da rivitalizzare l’azione sociale ed economica del territorio.
Sarà possibile “visualizzare” concretamente questi risultati “misurando” quella che è la portata della partecipazione ovvero quanto il progetto coinvolgerà la comunità tutta.
È importante anche lanciare un primo input, quindi avere un risultato iniziale che dia fiducia nel futuro. Sicuramente in questo momento la partita, non sul turismo in generale ma su quello attivo e sostenibile come la creazione di hub di rafforzamento all’accessibilità delle aree interne, può rappresentare un obiettivo possibile già per la prossima primavera.
A causa del Covid-19 stiamo vivendo un momento eccezionale di riscoperta degli spazi aperti, soprattutto nelle aree interne. La necessità è quella di andare oltre la classica fruizione delle spiagge, il modello turistico “riminese” è ormai superato.
Oggi la riscoperta delle aree rurali interne, viaggiare in solitudine e frequentare destinazioni meno affollate, perché il distanziamento sociale ci porta anche a questo, può essere uno stimolo per reinventare un modello di fruizione diverso dell’entroterra, un incentivo per rafforzare la stessa Comunità di Progetto.
La prospettiva sarà quella di contribuire a sviluppare un sistema di accoglienza turistica territoriale, in linea con le strategie regionali e locali attuate dalla PMC e DMC, dentro un unico sistema turistico integrato. 
Per questo credo che l’idea di una piattaforma di destinazione sia superabile come concetto e strumento. Sicuramente ci doteremo di un sito informativo, però l’azione intelligente sarà mettersi in rete su quella che è la destinazione turistica più ampia di questo territorio e non circoscriverla solo all’Alto Vastese.

L’articolo Terre e borghi dell’Alto Vastese, quali sfide? Intervista a Giuseppe Di Marco è tratto dal sito della Comunità di Progetto Terre e borghi dell’Alto Vastese.

La Strategia di Sviluppo Locale del GAL Maiella Verde è incardinata sull’approccio collettivo e collaborativo basato su progetti di cooperazione fra attori riuniti in una formula definita “COMUNITÀ DI PROGETTO.

La Comunità di Progetto Entroterra Express ha come obiettivo la creazione di nuove sinergie per costruire un’offerta integrata capace di promuovere le aree interne della provincia di Chieti e quindi generare nuovi flussi turistici in arrivo.

Abbiamo intervistato Gianlorenzo Molino, referente della comunità, e Pasquale Di Nardo, tra i promotori del progetto.

Gianlorenzo Molino

Conosciamo Gianlorenzo Molino, referente e coordinatore del progetto.
Si occupa di politiche di sviluppo locale e in particolare di turismo. Lavora da anni nel territorio del Sangro Aventino e collabora con la DMC “Terre del Sangro Aventino”.

Pasquale Di Nardo

Conosciamo Pasquale Di Nardo, tra i promotori del progetto.
Pasquale Di Nardo è amministratore unico di Sangritana Spa, partecipata al 100% da TUA – Società Unica Abruzzese di Trasporto. La società offre servizi a mercato (vale a dire senza contribuzione pubblica) attraverso le sue tre business unit: Sangritana Cargo, Sangritana Viaggi, Abruzzobus.

Con i suoi pacchetti turistici, Sangritana Viaggi offre l’opportunità di scoprire le attrattive della regione Abruzzo.
La società ha scelto di promuovere l’incoming creando una rete di sinergie con gli operatori del settore e con start up che abbiano idee progettuali capaci di promuovere al meglio il territorio e nel rispetto della sua gloriosa e ultracentenaria storia di impresa ferroviaria, sostiene un modello di mobilità ecosostenibile come quello delle bike.

Come e perché nasce il progetto?
PASQUALE NARDO
Entroterra Express nasce lo scorso gennaio attraverso la costituzione di una comunità di progetto che si prefigge di creare nuove sinergie per favorire lo sviluppo turistico del territorio.
L’obiettivo è quello di costruire un’offerta integrata capace di promuovere le aree interne della provincia di Chieti e di generare nuovi flussi turistici in arrivo.
Abbiamo l’ambizione di sviluppare un modello di territorio a destinazione green, capace di coniugare il turismo “lento” (non a caso il treno rappresenta la nostra storia) e la promozione delle attrattive naturali, ed enogastronomiche. A completare il progetto sarà un sistema integrato di mobilità autobus-bike: si viaggia in pullman per raggiungere le mete turistiche prescelte per poi andare alla scoperta dei tesori della nostra terra in sella ad una bici in totale libertà e sicurezza.  

Qual è il territorio di riferimento e quali sono le sue attrattive?
GIANLORENZO MOLINO
Il territorio al quale il club di prodotto turistico Entroterra Express fa riferimento è rappresentato dell’entroterra della provincia di Chieti. Un’area collinare in cui si alternano città d’arte come Lanciano e Guardiagrele, e piccoli borghi, mentre nella fascia più interna c’è il Parco Nazionale della Majella.
Questa porzione di territorio è in stretta connessione con la Costa dei Trabocchi, dove si concentrano le principali aree urbane e il maggior numero di presenze turistiche, con l’area metropolitana di Chieti e Pescara.

Quali sono gli obiettivi del progetto?
PASQUALE DI NARDO
La provincia di Chieti riesce a soddisfare le esigenze di qualsiasi turista.
E’ un prodotto completo, offre mare, montagna, arte, cultura per non parlare dell’enogastronomia. Dopo l’emergenza sanitaria, il Covid19 ha determinato una grave crisi sociale ed economica. Dai momenti di grande crisi possono nascere anche nuove opportunità: noi vorremmo coglierle, sviluppando l’incoming.
Verranno proposti prodotti integrati con durata e tipologie che rispondano alle mutate esigenze dell’utenza: dagli short break ai tour di più giorni. Saranno prodotti turistici “one to one” (confezionati su misura come un abito sartoriale) per dare nuovo impulso al sistema locale, renderlo innovativo e garantire la massima sicurezza.

Qual è il turismo di riferimento?
GIANLORENZO MOLINO
Quello che possiamo definire “di scoperta”, in quanto storicamente l’area non è conosciuta al grande pubblico. Il turista moderno apprezza sempre più proposte al di fuori dei circuiti tradizionali, purchè gli forniscano valore in termini di conoscenza ed esperienza. All’interno di questo scenario, punteremo su prodotti che valorizzano le peculiarità del territorio e quindi il paesaggio, l’enogastronomia, le attività outdoor, rendendo il turista parte attiva nelle diverse esperienze.

Quali sfide?
PASQUALE DI NARDO
Un antico adagio africano recita: “Se vuoi andare veloce, vai da solo. Se vuoi andare lontano, vai insieme”.
Il momento storico impone di unire le forze, fare squadra per rivitalizzare un comparto ormai in ginocchio. È quantomai necessario condividere una visione ed una strategia per promuovere questa terra ricca di attrattive naturali, storia e tradizioni. Un territorio che merita di essere conosciuto, così come l’ospitalità della sua gente. Una provincia, questa, dalle enormi potenzialità, molte delle quali ancora inespresse. Sangritana c’è e vuol dare il suo contributo anche al comparto del turismo, così come ha fatto, in piena emergenza Covid, con il tessuto produttivo del nostro Paese, garantendo il trasporto delle merci su ferro.

Come vi siete organizzati? Chi aderisce alla comunità di progetto?
GIANLORENZO MOLINO
Abbiamo creato un comitato promotore della comunità, promosso dalla Sangritana Spa, dalla DMC Terre del Sangro Aventino, dalla Pro Loco di Roccascalegna e da altri soci, che ha buttato le basi per la formulazione del progetto. Questo primo nucleo ha costituito un comitato tecnico, che si sta occupando di mettere a punto il progetto. Attualmente si stanno aggiungendo operatori che vogliono essere protagonisti nella costruzione di proposte di territorio, appartenenti alle categorie dei gestori delle mete di visita, dei servizi di ristorazione, dei produttori di prodotti tipici e dei servizi ricettivi.

Operativamente? Quali azioni concrete state implementando e volete implementare?
PASQUALE DI NARDO
In questa fase iniziale stiamo lavorando per aggregare gli operatori turistici attivi nelle aree interne della provincia di Chieti, dai gestori di strutture ricettive ai ristoratori, fino ai custodi del patrimonio gastronomico e alle guide turistiche specializzate. Nella consapevolezza che abitudini e comportamenti dei viaggiatori sono sempre più orientati dal web, a breve incrementeremo la diffusione dell’incoming Abruzzo on-line.

Quali risultati volete raggiungere da qui a un anno? E come si potranno “visualizzare” concretamente?
GIANLORENZO MOLINO
Vogliamo creare una funzione professionale per la preparazione e commercializzazione di proposte turistiche del territorio di riferimento. Queste proposte avranno bisogno di una narrazione che invogli alla sperimentazione i target d’interesse, che cerchi di stimolare e coinvolgere, e vogliamo farlo attraverso il linguaggio dei social e del blogging. Parallelamente vogliamo creare una piattaforma dove sarà possibile prenotare e acquistare le varie esperienze e avere le informazioni tecniche necessarie per viverle.
Infine, attraverso campagne promozionali online, vogliamo intercettare il target al quale ci rivolgiamo.
Ci aspettiamo di fare una prima esperienza in fase di startup, acquisendo le informazioni che inevitabilmente arrivano solo quando sperimenti concretamente un percorso.
L’obiettivo è che tutto diventi velocemente sostenibile dal punto di vista economico.

L’articolo Entroterra Express, quali sfide? Intervista a Pasquale Di Nardo e Gianlorenzo Molino è tratto dal sito della Comunità di Progetto Entroterra Express.

La Strategia di Sviluppo Locale del GAL Maiella Verde è incardinata sull’approccio collettivo e collaborativo basato su progetti di cooperazione fra attori riuniti in una formula definita “COMUNITÀ DI PROGETTO.

La Comunità di Progetto Vino Cotto ha l’obiettivo di contribuire, attraverso il vino cotto e insieme ad altri fattori economici di sviluppo, a sostenere ed integrare le economie delle aree interne della provincia di Chieti.

Abbiamo intervistato Camillo Conti, uno dei promotori e referente della comunità, per conoscere meglio il progetto.

Camillo Conti

Conosciamo Camillo Conti, referente e coordinatore del progetto.
Architetto originario di Roccamontepiano, dal 2015 è il presidente dell’Associazione Produttori di Vino Cotto d’Abruzzo, associazione attiva da quasi 15 anni nella valorizzazione e promozione del vino cotto.

Come e perché nasce il progetto?
Nasce per iniziativa dell’Associazione del Vino Cotto, della Cooperativa di produzione e trasformazione del vino cotto, di alcuni produttori del territorio e del Comune di Roccamontepiano. L’esigenza, dopo diversi anni di lavoro nell’ambito della valorizzazione del vino cotto è di allargare il raggio d’azione, dal punto di vista produttivo, commerciale e promozionale, alla collettività, coinvolgendo più realtà presenti nell’entroterra chietino. Vogliamo che la comunità locale sia partecipe, coinvolta, e che questo prodotto concorra a sostenere le piccole economie delle aree interne della provincia di Chieti.

Il vino cotto, quali sono le sue peculiarità?
Il valore storico, culturale ed economico del vino cotto è testimoniato dalle tante donazioni, divisioni e successioni di cui è stato oggetto in passato: ogni botte era considerata un bene di valore, degno persino di essere portato in dote. La tradizione del vino cotto viene, da generazioni, tramandata di padre in figlio, ed è legata alla cultura contadina.
E’ un prodotto antichissimo, conosciuto sin dal tempo dei Romani. In Abruzzo è diffuso nel teramano e soprattutto nell’area collinare del chietino. Secco o dolce con un retrogusto sapido, si ottiene con un processo lungo e complesso: il mosto viene concentrato a fuoco vivo, poi “rabboccato”, fatto fermentare e lasciato invecchiare nelle botti.
Nella sua produzione è impiegata sia uva a bacca bianca (Trebbiano, Cococciola, Montonico) che rossa, solitamente il Montepulciano d’Abruzzo.
Il vino cotto è abitualmente consumato a fine pasto, e negli ultimi anni è sempre più utilizzato in cucina. Nella provincia di Chieti, il borgo di Roccamontepiano vanta una tradizione secolare nella  sua produzione che prevede un processo laborioso con una cottura lunga, a fuoco lento. Il prodotto finale risulta così essere più corposo. In passato, realizzare il vino cotto era un espediente per utilizzare anche l’uva proveniente da un raccolto o un’annata poco fortunata: il rischio era quello di ottenere un prodotto “difettoso”. Invece attraverso la cottura si andava a “rafforzare” il vino, evitando così che si rovinasse.

Quali sono gli obiettivi del progetto?
Tra gli obiettivi c’è quello di integrare, attraverso il vino cotto, le economie locali dell’entroterra chietino e completare un percorso già intrapreso da qualche anno ovvero il “perfezionamento” del prodotto a tutto tondo. Negli ultimi anni con la costituzione della Cooperativa è stata avviata un’attività d’impresa per la produzione di vino cotto, mosto cotto e derivati. Se prima la realizzazione era relegata prettamente all’ambito familiare e privato, attraverso la Cooperativa si è costituita un’impresa collettiva.
Ci siamo dotati di un disciplinare, abbiamo affinato la tecnica produttiva e ci siamo muniti di una barricaia: stiamo “accantonando” il  vino che viene commercializzato solo e non prima di due anni dalla produzione e che può arrivare fino a 30/40 anni di affinamento.
Vogliamo rafforzare un mercato di nicchia che attualmente è ancora troppo fragile e con questo progetto intendiamo implementare e strutturare una rete commerciale, sia attraverso le piccole botteghe presenti sul territorio, che attraverso una piattaforma e-commerce per dare la possibilità anche a chi vive fuori dai confini regionali di acquistare il prodotto.
Inoltre dobbiamo continuare nel processo di promozione del vino cotto, nel suo racconto, e sensibilizzare ulteriormente i ristoratori locali, fare in modo che venga proposto, per accompagnare il dolce o essere utilizzato nella preparazione dei piatti.
Altro obiettivo è quello di organizzare meglio l’accoglienza turistica, le degustazioni. Attualmente l’Associazione fa delle attività in questo senso, ma sono sporadiche e poco strutturate.

Quali sfide?
Riuscire a far diventare questo prodotto un “marcatore” distintivo del nostro territorio e tenere insieme nel tempo il gruppo, questo vale per tutte le iniziative dove sono coinvolti più portatori d’interesse.

Come vi siete organizzati? Chi aderisce alla Comunità di Progetto?
La Cooperativa di produzione e trasformazione del vino cotto, alcune aziende agricole locali, l’Associazione dei produttori di vino cotto e il Comune di Roccamontepiano. Si tratta del primo nucleo che ha costituito la comunità e che attualmente sta implementando il progetto. 

Operativamente? Quali azioni concrete state implementando?
Stiamo cercando di coinvolgere altri portatori d’interesse, di fare rete con i diversi operatori economici presenti sul territorio di riferimento e pianificare le attività.
Recentemente, a Roccamontepiano, abbiamo anche individuato una vecchia casa di terra cruda che vogliamo prendere in gestione così da utilizzarla come punto di degustazione e bottaia.
Queste antiche costruzioni hanno mura ben spesse e una tenuta termica importante. Inoltre concorrono a raccontare il territorio e quella che è la sua tradizione “costruttiva”.

Quali risultati volete raggiungere da qui a un anno? E come si potranno “visualizzare” concretamente?
Speriamo di incrementare e rafforzare la rete dei piccoli produttori,  coinvolgere nella valorizzazione del prodotto ristoratori e piccole botteghe alimentari, partire con l’organizzazione di una rete commerciale, implementare una piattaforma on line dedicata all’e-commerce. Quest’ultima sarà importante anche nel racconto del vino cotto e del suo territorio di riferimento, per prenotare una visita o una degustazione. In termini di comunicazione, ci piacerebbe anche procedere con un restyling grafico, un nuovo “packaging”, etichette e logo. Inoltre andremo ad ampliare la gamma prodotti: attualmente insieme al vino cotto, è presente anche il mosto cotto. A questi aggiungeremo la confettura d’uva, un altro prodotto tradizionale.

L’articolo Vino cotto, quali sfide? Intervista a Camillo Conti è tratto dal sito della Comunità di Progetto Vino Cotto.

La Strategia di Sviluppo Locale del GAL Maiella Verde è incardinata sull’approccio collettivo e collaborativo basato su progetti di cooperazione fra attori riuniti in una formula definita “COMUNITÀ DI PROGETTO.

La Comunità di Progetto Fallo Old School ha l’obiettivo di creare un’economia locale attraverso la rifunzionalizzazione dei vecchi ruderi presenti nel borgo di Fallo, così da evitare lo spopolamento e dare nuova linfa vitale al paese. 

Abbiamo intervistato Gianluca Castracane, referente della comunità e Minna e Micco Lymi, i promotori del progetto.

Gianluca Castracane, referente e coordinatore del progetto.
Vicesindaco del Comune di Fallo è impegnato nell’amministrazione locale da quasi 16 anni.

Minna e Micco Lymi

Minna e Micco Lymi, promotori della Comunità.
Coppia di finlandesi che qualche anno fa ha deciso di comprare casa a Fallo e trasferirsi in Italia. Minna è una giornalista e blogger che ha lavorato come caporedattore in uno dei più importanti quotidiani finlandesi. Micco, ingegnere e chef, prima di trasferirsi in Italia era caposquadra e progettista in una cartiera. Negli ultimi due anni si è dedicato alla ristrutturazione dei ruderi e alla lavorazione della pietra.

Come e perché nasce il progetto?
GIANLUCA
Nasce dall’incontro con Minna e Micco, una coppia di finlandesi che qualche anno fa ha deciso di trasferirsi qui a Fallo. Hanno rilevato diversi ruderi e avviato una ristrutturazione con un artigiano locale, Settimio, che non si è occupato soltanto dei lavori, ma ha anche insegnato a Minna e Micco come intervenire su queste antiche costruzioni di pietra. Per loro è cominciata così una vera e propria avventura. Tanto che hanno aperto un blog, Piccolo Salvo, per raccontare la loro esperienza; una piattaforma che ha suscitato molto interesse in Finlandia. Dai feedback positivi e dall’intuizione che imparare a ristrutturare tradizionalmente un vecchio rudere può tornare utile a tanti altri stranieri che acquistano casa in Abruzzo,  Minna e Micco  hanno avuto l’idea del progetto Fallo Old School e ci hanno coinvolto nell’iniziativa; è un’occasione per valorizzare il nostro borgo, avviare una piccola economia in un paesino che conta poco più di 100 abitanti, conservare e tramandare antichi mestieri e lavorazioni che rischiano di scomparire .
MINNA E MICCO         
Nella primavera del 2017 ci siamo trasferiti a Fallo, in questo piccolo borgo abruzzese. Avevamo acquistato dei ruderi nel centro storico. Volevamo fare un lavoro di ristrutturazione non troppo invasivo, cercando di conservare quanto più possibile l’autenticità di queste antiche abitazioni. Così l’amministrazione comunale ci ha fatto conoscere il signor Settimio, un muratore di Civitaluparella, specializzato nella lavorazione delle case in pietra. Settimio ci ha dato una mano con i lavori, ma soprattutto ci ha mostrato e insegnato come ristrutturare questi ruderi.
Così abbiamo pensato che un’esperienza di questo tipo poteva essere utile ai tanti stranieri che acquistano una casa in Abruzzo. Con Fallo Old School ci piacerebbe mettere su una scuola dove poter imparare a ristrutturare vecchi ruderi in maniera sostenibile. L’idea è quella di apprendere l’arte da artigiani come Settimio, preservare e tramandare una lavorazione che in questi piccoli borghi rischia di scomparire.
Le vecchie case di Fallo possono ospitare questa scuola, e fungere allo stesso tempo anche da albergo diffuso con una sorta di “cohousing”, un luogo dove apprendere insieme agli artigiani locali la lavorazione della pietra, ma non solo. A questa attività, andrebbero ad affiancarsi la lavorazione del legno, il recupero degli antichi orti presenti nel borgo così da avviare una agricoltura sostenibile. Inoltre sarebbe bello esplorare anche tutto l’aspetto enogastronomico, quello della cucina locale attraverso delle cooking class, sempre con la complicità di chi vive sul territorio.

Quali sono le attrattive di Fallo?
GIANLUCA
Il paese ha conservato intatto il suo nucleo originario. Rispetto ad altri borghi presenti nelle vicinanze non è stato distrutto nell’ultimo conflitto mondiale. Sorge in una posizione strategica, perché è a circa trenta minuti di macchina dalla montagna e dal mare. 
MINNA E MICCO
Il borgo è molto caratteristico, silenzioso, tranquillo. Vanta una posizione strategica, a metà strada tra mare (Adriatico) e montagna (Maiella). Nei dintorni il paesaggio è molto suggestivo e si può godere di una natura incontaminata.
Gli abitanti sono molto gentili e socievoli, ci siamo integrati bene sin dall’inizio. I ritmi sono lenti e il paese conserva ancora importanti tradizioni artigiane, culturali ed enogastronomiche.
Inoltre Fallo è anche un borgo “vivace” e internazionale, perché ci sono diversi stranieri che hanno acquistato casa negli ultimi anni, che tornano per alcuni mesi o per buona parte dell’anno.

Quali sono gli obiettivi del progetto?
GIANLUCA
Rivitalizzare il paese, portare gente, cercare di avere turisti tutto l’anno. Ricreare un tessuto sociale e favorire una piccola economia locale, quindi scongiurare un ulteriore spopolamento. Vogliamo puntare sul turismo sostenibile, evitare che il patrimonio e le tradizioni presenti cadano nell’oblio.       
MINNA E MICCO
Con la Fallo Old School l’obiettivo è quello di creare occupazione, rianimare il borgo, mantenere in vita i saperi artigiani e la tradizione, valorizzare ruderi e parti del paese ormai abbandonate e in disuso, dare la possibilità di rimanere o trasferirsi qui.

Qual è il turismo di riferimento?
GIANLUCA
Il turismo esperienziale e sostenibile. Il target è straniero, ma non esclusivamente. Pensiamo di intercettare i turisti attraverso il blog di Minna, e con una piattaforma digitale ad hoc che andremo a creare. Possiamo contare anche sul sostegno promozionale di chi ha già comprato casa e vive qui; sono diverse le presenze, come quella dell’attore americano Michael Madsen (Kill Bill), un regista canadese, alcuni produttori cinematografici. Potrebbero aiutarci, in questo senso, anche alcune agenzie nel settore immobiliare per gli stranieri. Inoltre negli anni abbiamo costruito un rapporto solido e speciale con alcune personalità del Sudafrica.
MINNA E MICCO
Stranieri che vivono in Abruzzo e altrove in Italia, turisti che hanno già visto Roma e hanno voglia di scoprire e fare qualcosa di nuovo, italiani, soprattutto quelli che vivono nelle grandi città del nord e vogliono staccare ed evadere dalla routine cittadina, chi vuole avere un’esperienza autentica in un piccolo borgo, i lettori del nostro blog, istituzioni educative, finlandesi e non, appassionati di artigianato, lavorazione della pietra, di enogastronomia.

Quali sfide?
GIANLUCA
Far rivivere questo piccolo borgo di poco più di 100 abitanti, renderlo appetibile turisticamente e “popolato” non solo durante il periodo estivo.
MINNA E MICCO
Potrebbe essere quella rappresentata dal Covid-19 che tuttavia può, per certi versi, essere anche un’opportunità visto che stiamo parlando di una destinazione “periferica”, fuori dalle grandi e affollate mete turistiche.

Come vi siete organizzati? Chi aderisce alla Comunità di Progetto?
GIANLUCA
Aderiscono alla comunità il Comune di Fallo, Minna e Mikko, un piccolo agricoltore locale, un’associazione culturale e il muratore Settimio. Stiamo raccogliendo adesioni anche da altri stranieri che hanno comprato casa qui a Fallo. Probabilmente aderirà anche un falegname locale che vuole mettere a disposizione il suo studio e tramandare un mestiere artigiano che ormai non viene più praticato.
MINNA E MICCO
Attualmente sono coinvolti solo pochi abitanti del villaggio, ma siamo certi che con l’avanzare del progetto riceveremo molte adesioni. Vogliamo anche coinvolgere persone provenienti da paesi vicini e finlandesi che vivono in Italia.

Operativamente? Quali azioni concrete state implementando e andrete a implementare?
GIANLUCA
Abbiamo concluso l’analisi di contesto e stiamo mettendo a punto l’analisi Swot. Quindi andremo ad implementare una strategia. Il Comune ha voglia di investire nella Fallo Old School e in questa fase stiamo cercando di coinvolgere tutti i possibili portatori d’interesse presenti sul territorio.
MINNA E MICCO         
Abbiamo cominciato a prendere i primi contatti, in Finlandia, con le persone che potrebbero essere interessate ai corsi della Fallo Old School. Inoltre stiamo cercando di coinvolgere nell’iniziativa anche portatori d’interesse finlandesi, come la Leader Swan Route che opera nella formazione .
In questa fase stiamo iniziando a tradurre il nostro blog in inglese, prendendo i contatti con gli insegnanti e abbozzando una programmazione per i primi corsi. A breve metteremo a punto una strategia e un piano di comunicazione.

Quali risultati volete raggiungere da qui a un anno? E come si potranno “visualizzare” concretamente?
GIANLUCA
Entro un anno speriamo di partire, sono ottimista; mi piace pensare che avremo già i primi corsi attivi. Anche la piattaforma web con un servizio prenotazione sarà online. Mi auguro che tutta la comunicazione digitale, inclusa quella social, parta quanto prima, così da far conoscere la Fallo Old School.
MINNA E MICCO
Concludere la ristrutturazione degli edifici che saranno coinvolti nel progetto, essere partiti con tutta la comunicazione digitale, incluso il portale per le prenotazioni e attivare i primi corsi.
Inoltre in autunno cominceremo a documentare il progetto con storie, video e immagini. C’è anche la possibilità di un reality televisivo con un’emittente finlandese.

L’articolo Fallo Old School, quali sfide? Intervista a Minna e Micco Lymi e a Gianluca Castracane è tratto dal sito della Comunità di Progetto Fallo Old School.

La Strategia di Sviluppo Locale del GAL Maiella Verde è incardinata sull’approccio collettivo e collaborativo basato su progetti di cooperazione fra attori riuniti in una formula definita “COMUNITÀ DI PROGETTO.

La Comunità di Progetto Carciofo di Cupello ha l’obiettivo di migliorare il posizionamento del carciofo sul mercato attraverso il rafforzamento della politica di differenziazione qualitativa, basata sull’identità territoriale del prodotto.

Abbiamo intervistato Antonio D’Adamo, uno dei promotori e referente della comunità, per conoscere meglio il progetto Carciofo di Cupello.

Antonio D'Adamo

Conosciamo Antonio D’Adamo, referente e coordinatore del progetto.
Agronomo e docente di chimica, dopo la laurea in Agraria comincia una proficua collaborazione, in qualità di consulente tecnico, con la Cooperativa San Rocco di Cupello. Negli ultimi dieci anni ha seguito diversi progetti incentrati soprattutto sulla valorizzazione del carciofo.

Come e perché nasce il progetto?
Nasce dall’esigenza di “caratterizzare” il carciofo di Cupello, conosciuto anche come “mazzaferrata”, ovvero contraddistinguerlo qualitativamente, quindi rafforzare la sua identità territoriale, così da migliorare il suo posizionamento sul mercato. Negli ultimi anni questo prodotto ha avuto una forte concorrenza sleale con carciofi denominati “di Cupello”, ma provenienti da altri territori. Questo spesso trae in inganno il consumatore a scapito dei produttori e della Cooperativa stessa. Quindi con la Cooperativa di Cupello abbiamo deciso di costituire, coinvolgendo anche l’amministrazione locale, una comunità di prodotto che ci permetta di lavorare sulla caratterizzazione del carciofo attraverso la produzione di materiale utile a certificare lo stretto legame esistente con il territorio di riferimento.

Il carciofo di Cupello, quali sono le sue peculiarità?
È un ecotipo locale che deriva dal Campagnano, varietà di carciofo Romano coltivato in terreni profondi, freschi e ben drenati; raggiunge la maturazione ideale tra la fine di marzo e aprile.
Oltre al capolino principale, le piante, intorno ai mesi di aprile e maggio, producono i carciofini, capolini più piccoli utilizzati nei sott’olio.
Il carciofo si presenta verde di fondo con sfumature più o meno intense di violetto. E’ inerme in quanto privo di spine, panciuto con il tipico foro all’apice, e ha la forma leggermente più allungata del romanesco.
Al palato ha una consistenza tenera e carnosa,  un gusto deciso e caratteristico, leggermente amaro con un retrogusto quasi dolciastro.
Sul territorio si hanno diverse testimonianze della presenza del carciofo (selvatico) sin dall’antichità. Questa varietà, conosciuta come “mazzaferrata”, perché la sua forma ricorda l’antica arma medievale, è coltivata nell’area di Cupello dagli inizi del ‘900.
Originario del vicino Lazio, si è diffuso localmente attraverso gli scambi commerciali e inizialmente era presente soprattutto sulla fascia costiera. Ha trovato il suo habitat ideale nell’entroterra vastese, e in particolare a Cupello che ha vissuto un vero e proprio “boom” del carciofo nell’immediato dopoguerra. Dapprima piccola coltivazione “di contorno” presente negli orti delle famiglie locali, negli anni ’50 diviene la coltura preponderante, in quanto redditizia.
Negli anni ’60 gli agricoltori di Cupello si riuniscono in una Cooperativa, che oggi conta oltre 100 soci, con lo scopo di commercializzare il prodotto e allargarne i confini.

Quali sono gli obiettivi del progetto?
Tutelare e valorizzare il carciofo “mazzaferrata” ovvero renderlo univoco con il territorio di riferimento.
Questo significa produrre del materiale idoneo che ci permetta di certificare il legame territoriale, implementare la documentazione necessaria per completare l’iter burocratico indispensabile per ottenere una I.G.P. Carciofo di Cupello.
Per fare questo dobbiamo interpellare e coinvolgere un centro di ricerca che attraverso un piano pluriennale dovrà individuare dei parametri costanti e ripetibili nel tempo (dal punto di vista nutraceutico, chimico, a livello comportamentale a confronto con diversi suoli e varietà) utili per caratterizzare il carciofo.

Quali sfide?
Trovare questi parametri costanti e ripetibili nel tempo, indispensabili per identificare il prodotto con il territorio e per ottenere una certificazione come l’I.G.P. che tuteli il carciofo di Cupello.
E’ difficile in quanto si tratta di un prodotto condizionato da tante variabili, come il fattore ambiente che gioca un ruolo importante. Pensiamo per esempio a quanto possa incidere la piovosità nell’arco di una stagione, a quanto possa influenzare l’aspetto del carciofo, la sua composizione chimica e nutrizionale, organolettica e così via.
Quindi stiamo cercando di intervenire dove possiamo, sulla tecnica colturale, cercando di renderla simile per tutti i soci della cooperativa, perché è difficile controllare altre variabili come il clima.
La tradizione che lega il carciofo al nostro territorio è inequivocabile, così come il suo racconto, ma per ottenere una certificazione che identifichi e tuteli questo prodotto, rispetto a “imitazioni” o comunque a chi utilizza impropriamente la denominazione “carciofo di Cupello”, abbiamo bisogno di dati attendibili, la tradizione non basta.

Come vi siete organizzati? Chi aderisce alla Comunità di Progetto?
Alla comunità hanno aderito i soci della Cooperativa San Rocco,  il consiglio d’amministrazione e l’amministrazione comunale di Cupello.

Operativamente? Quali azioni concrete state implementando?
Attualmente stiamo raccogliendo le ultime adesioni e procedendo con una serie di consultazioni incentrate sull’analisi di contesto e SWOT, essenziali per mettere a punto piano di lavoro e strategia. Inoltre istiamo cercando di individuare un ente di ricerca col quale stipulare una convenzione e una collaborazione pluriennale.

Quali risultati volete raggiungere da qui a un anno? E come si potranno “visualizzare” concretamente?
Speriamo di partire con l’ente di ricerca quanto prima. Trattandosi di un lavoro pluriennale, escludiamo di poter avere una certificazione per il prossimo anno. Il percorso è lungo, non solo in termini di ricerca e analisi, ma anche riguardo l’iter burocratico.
L’indagine sarà ripetuta con le stesse modalità in più annualità, in quanto il prodotto oggetto di analisi è stagionale. Proprio per i tempi, su alcune attività relative il recupero di alcuni dati, siamo già partiti. E’ il caso della caratterizzazione morfologica del carciofo, ma  questi “numeri” saranno implementati con quelli che arriveranno dal laboratorio.
Ad ogni modo tra un anno i primi dati cominceranno ad emergere e sicuramente avremo già un sentore di quello che sarà, in termini di positività o negatività, nel processo di caratterizzazione del carciofo di Cupello.

L’articolo Carciofo di Cupello, quali sfide? Intervista ad Antonio D’Adamo è tratto dal sito della Comunità di Progetto Carciofo di Cupello.

[Crediti | Foto della Comunità di Progetto Carciofo di Cupello]

La Strategia di Sviluppo Locale del GAL Maiella Verde è incardinata sull’approccio collettivo e collaborativo basato su progetti di cooperazione fra attori riuniti in una formula definita “COMUNITÀ DI PROGETTO.

La Comunità di Progetto Terre Carricine ha come obiettivo la promozione e la valorizzazione turistica integrata dei Comuni di Altino, Casoli, Gessopalena, Montenerodomo, Pennadomo, Roccascalegna e Torricella Peligna. La Comunità si propone di potenziare l’offerta turistica e incrementare le presenze nel territorio di riferimento.

Abbiamo intervistato Paolo Granà, uno dei promotori e referente della comunità, per conoscere meglio il progetto Terre Carricine.

Paolo Granà

Conosciamo Paolo Granà, referente e coordinatore del progetto.
Accompagnatore di media montagna, con un passato da geometra, si occupa di escursionismo, turismo lento e sostenibile e di educazione ambientale. Dopo il corso regionale nel 2016 e l’iscrizione al collegio delle guide alpine d’Abruzzo, ha fatto della sua passione un lavoro.     
Come educatore ambientale e guida collabora con diverse realtà presenti sul territorio: Camminare in Abruzzo, il Grande Faggio, il Parco Naturale Majella e Majella Travel.      
Si occupa anche della realizzazione e manutenzione dei sentieri, e un paio di anni fa ha preso parte alla progettazione del Sentiero dei Carricini.

Come e perché nasce il progetto?
Nasce dalla volontà e dall’esigenza dei sindaci di questo territorio di unirsi sotto un unico brand per promuovere turisticamente l’area di riferimento e le sue attrattive. Il nome Terre dei Carricini prende spunto dalla popolazione italica che viveva in questi luoghi: era una delle quattro tribù che formavano il gruppo etnico sannitico. I Carricini vivevano nell’area compresa tra il fiume Sangro e le pendici della Maiella.

Qual è il territorio di riferimento e quali sono le sue attrattive
Coincide proprio con quello dei Carricini e include i borghi di Altino, Casoli, Gessopalena, Montenerodomo, Pennadomo, Roccascalegna e Torricella Peligna. Un territorio ben circoscritto che nel suo scenario naturalistico contempla la Maiella, con un paesaggio collinare e pedemontano che ben si presta all’outdoor. L’area di Pennadomo mette in bella mostra gole e affioramenti rocciosi unici dove poter praticare anche l’arrampicata. Nella vicina Montenerodomo c’è Juvanum con un’importante testimonianza archeologica. Spostandosi a Gessopalena, con le case addossate le une sulle altre lungo il profilo della roccia, scavata e modellata, il borgo antico sfoggia con il gesso il suo eccezionale valore culturale. A Torricella Peligna è la letteratura che domina la scena con il John Fante Festival, l’evento letterario dedicato allo scrittore italoamericano John Fante. A Roccascalegna, erto su uno sperone roccioso, il protagonista indiscusso è il castello medievale. Poco distante il borgo di Altino, patria del peperone dolce, presidio Slow Food, al quale ogni anno è dedicato un festival. A una manciata di chilometri Casoli, città dell’olio, dove svetta sul paesaggio circostante il castello ducale,  teatro di importanti avvenimenti. In una delle sue stanze, durante l’ultimo conflitto mondiale, si mise a punto la strategia del gruppo partigiano della Brigata Majella. Il nome del castello è legato anche a quello di Gabriele D’Annunzio, suo assiduo frequentatore.

Quali sono gli obiettivi del progetto?
Creare un sistema che gestisca e coordini tutto l’assetto turistico e si promuova sotto un unico brand. Ogni singolo Comune preso singolarmente non ha la forza di tutto il territorio di riferimento nel suo insieme. Unirsi e fare parte di un’unica comunità permette anche di coinvolgere i cittadini, renderli partecipi e consapevoli delle attrattive presenti, delle opportunità. Tra queste sicuramente lo sviluppo dell’economia locale attraverso il turismo. Parliamo di un’area che negli ultimi decenni ha subito un progressivo e inesorabile spopolamento. Questo progetto è anche l’occasione per creare occupazione nel settore. Altro obiettivo è quello di sfruttare al massimo il potenziale di questo territorio, le sue risorse, e migliorare l’accoglienza turistica. Per farlo vogliamo creare una piattaforma web di destinazione, non una semplice vetrina statica, ma un portale dinamico, interattivo, in continuo aggiornamento, dove sia possibile prendere informazioni, ma anche effettuare prenotazioni.

Qual è il turismo di riferimento?
Quello esperienziale, lento, e sostenibile,  incentrato sui cammini a piedi, in bici o a cavallo. Il territorio permette di godere appieno della natura. L’outdoor ha un peso importante, sono già presenti diversi sentieri e pareti per praticare l’arrampicata.
Insieme alla vacanza attiva c’è spazio per la cultura, gli eventi, l’enogastronomia.
Come target guardiamo ai giovani, agli appassionati di outdoor e alle famiglie. Al momento pensiamo a un pubblico italiano, ma in futuro punteremo anche agli stranieri.
Per quest’anno, vista anche la situazione Covid-19 ci aspettiamo un turismo prettamente di prossimità.

Quali sfide?
Creare un’identità, un unico brand per tutto il territorio, per i cittadini e i protagonisti del settore turistico. Per arrivare a questo è importante riuscire a far dialogare i sette Comuni che hanno aderito alla Comunità, mettere a punto una collaborazione proficua, un team di lavoro con un’unica strategia, una squadra che abbia come obiettivo lo sviluppo turistico delle Terre Carricine. Nella sfida ci sono anche i cittadini, per questo è importante sensibilizzarli, in quanto soggetti cruciali nell’accoglienza turistica.
Tra le altre sfide far aumentare la visibilità del territorio a livello regionale e nazionale e far crescere le presenze, non solo nell’alta stagione.
Si tratta di una bella sfida, soprattutto ai tempi del Covid-19.

Come vi siete organizzati? Chi aderisce alla Comunità di Progetto?
Attualmente hanno aderito sette Comuni (Altino, Casoli, Gessopalena, Montenerodomo, Pennadomo, Roccascalegna e Torricella Peligna), diverse Pro Loco, alcune associazioni di promozione turistica, imprenditori agricoli, albergatori e ristoratori.

Operativamente? Quali azioni concrete state implementando?
In questa fase stiamo raccogliendo adesioni e cercando di coinvolgere tutti i portatori d’interesse presenti sul territorio. Stiamo lavorando all’analisi di contesto così da poter implementare quanto prima una strategia e un piano di lavoro.

Quali risultati volete raggiungere da qui a un anno? E come si potranno “visualizzare” concretamente sul territorio?
Creare il brand “Terre Carricine” e implementare la piattaforma di destinazione turistica.
E’ importante che da qui a un anno siano presenti tutta una serie di servizi, così che il turista possa fruire al meglio del territorio. E’ fondamentale mettere chi arriva nella condizione di poter vivere un’esperienza nelle Terre Carricine. Inoltre sarebbe bello valorizzare molti itinerari escursionistici già presenti, tra questi il Sentiero dei Carricini.
Contiamo anche di organizzare un educational tour per tour operator, invitarli sul territorio per “testare” una serie di esperienze che andremo a proporre. Tra le altre cose, auspichiamo la calendarizzazione di tutti gli eventi. Spesso sono in concomitanza nello stesso periodo e rischiano di disperdere il pubblico.
Infine riguardo l’incremento delle presenze, per il primo anno, è difficile pensare ai grandi numeri, in quanto ci toccherà fare i conti con il Covid-19.

L’articolo Terre Carricine, quali sfide? Intervista a Paolo Granà è tratto dal sito della Comunità di Progetto Terre Carricine.

[Crediti | Foto della Comunità di Progetto Terre Carricine]

La Strategia di Sviluppo Locale del GAL Maiella Verde è incardinata sull’approccio collettivo e collaborativo basato su progetti di cooperazione fra attori riuniti in una formula definita “COMUNITÀ DI PROGETTO.

La Comunità di Progetto Oli Monovarietali ha l’obiettivo di  valorizzare gli oli monovarietali della provincia di Chieti. In particolare sensibilizzare alla conoscenza degli oli da varietà autoctone attraverso attività specifiche di caratterizzazione, protezione e promozione.

Abbiamo intervistato Carlo Verna, produttore di olio e referente della comunità, per conoscere meglio il progetto Oli Monovarietali della provincia di Chieti.

Carlo Verna

Conosciamo Carlo Verna, referente e coordinatore del progetto.
Dopo gli studi in ragioneria decide, qualche anno fa, insieme ai suoi fratelli di rilevare l’azienda di famiglia, Frantoio Verna a Guardiagrele, e fare di quella che inizialmente era una passione un lavoro. Così, alla terza generazione, Carlo riprende quel percorso costruito dal nonno, e rinnova con un “restyling” generale l’azienda, a cominciare dalle attrezzature. Sostituisce il vecchio impianto di produzione tradizionale con uno continuo di ultima generazione, mentre nell’uliveto investe in un sistema di potatura innovativa. Inserisce nuove referenze nella gamma prodotti come l’olio DOP e l’olio bio, mentre sul fronte comunicazione arriva un nuovo logo e rifà il look a packaging ed etichetta. Ma soprattutto, in questa nuova avventura aziendale, Carlo e la sua famiglia decidono di puntare sull’olio monovarietale, quello di Intosso.

Come e perché nasce il progetto Oli Monovarietali?
Nasce dalla volontà di diversi produttori della provincia di Chieti di valorizzare gli oli monovarietali ottenuti da cultivar locali che sono l’espressione più autentica, nonché “carta d’identità”, del nostro territorio. I monovarietali esprimono appieno la territorialità attraverso la loro timbrica. Tuttavia si tratta di oli poco conosciuti persino ai residenti e che attualmente rappresentano solo un mercato di nicchia. Così lo scorso febbraio abbiamo dato vita a questa comunità con la speranza di sensibilizzare il consumatore finale, ma anche gli altri produttori.   
Lo spunto è arrivato da un precedente progetto di valorizzazione focalizzato sulla cultivar di Intosso. Abbiamo deciso di replicare quell’iniziativa coinvolgendo le principali cultivar autoctone del chietino.

Quali sono queste cultivar? 
Le cultivar interessate sono la Gentile di Chieti, diffusa su tutto il territorio provinciale, l’Intosso e la Crognalegno nelle campagne del casolano, la Cucco nel frentano e nel teatino, il Nebbio nel vastese, e gli Olivastri di Roccascalegna,  Bucchianico e Frentano nel lancianese. 
Si tratta di varietà autoctone contraddistinte da caratteristiche e peculiarità uniche, che danno vita a monovarietali dotati di spiccate qualità organolettiche, cultivar che “raccontano” il nostro territorio.

Quali sono gli obiettivi del progetto?
Incentivare la conoscenza dei monovarietali e far crescere il mercato di riferimento.
È importante partire dai produttori, incoraggiare la coltivazione delle cultivar interessate e sensibilizzare alla produzione di prodotti di qualità. Quest’aspetto è fondamentale, in quanto fare un monovarietale non significa fare automaticamente un prodotto migliore rispetto al classico blend. Un olio monovarietale è un prodotto identitario, tuttavia per portare benefici al territorio, al produttore e alla comunità, deve essere realizzato seguendo determinati criteri qualitativi.
Tutto comincia con uno scrupoloso lavoro nell’uliveto, la potatura della pianta, il processo di raccolta delle olive, la trasformazione, la conservazione e così via.
Per concorrere alla reputazione degli oli monovarietali sono necessari prodotti eccellenti.

Perché sono ancora pochi i produttori che puntano sui monovarietali?
Il concetto di olio monovarietale è moderno e sicuramente produrre un olio di qualità 100% Intosso o Cucco può essere più difficile e dispendioso; il prezzo finale, di conseguenza, sarà più alto.
Per questo è necessario sensibilizzare il pubblico, far conoscere questi prodotti anche ai ristoratori, far crescere quello che per ora è solo un mercato di nicchia o crearlo completamente da zero.
Per fare tutto questo dobbiamo partire da un prodotto di qualità.
Pensiamo all’Intosso, storicamente consumata come oliva da mensa, negli ultimi anni si è rivelata perfetta per la trasformazione in olio monovarietale e ci si è accorti della qualità di questa cultivar solo quando si è cominciato a prestare attenzione alla sua lavorazione.

Perché scegliere un monovarietale?
Un monovarietale di qualità è l’essenza di un determinato territorio.      
Ha caratteristiche organolettiche uniche e peculiari, quindi gioca un ruolo importante negli abbinamenti in cucina, nell’esaltare e valorizzare piatti e preparazioni.
È un prodotto unico.

Quali sfide?
Far capire  quello che è il valore aggiunto di un monovarietale rispetto al classico blend e riuscire a fare rete tra i produttori, cercando di sensibilizzarli al riguardo. Quella che abbiamo davanti è un’ottima opportunità per fare sistema e collaborare.

Come vi siete organizzati? Chi aderisce alla Comunità di Progetto?
Attualmente hanno aderito alla comunità sette produttori e un esperto di settore, Bruno Scaglione. Andremo a coinvolgere, insieme ad altri produttori, anche associazioni come Slow Food e altri portatori d’interesse del settore.  

Operativamente? Quali azioni concrete state implementando?
Partiremo a breve con un censimento dei produttori di oli monovarietali da coinvolgere nella comunità e nel progetto. Stiamo già lavorando all’analisi di contesto con il nucleo base, raccogliendo le prime adesioni, impostando le linee guida e la strategia di lavoro.
Attualmente dobbiamo individuare quelle che sono le migliori azioni da implementare, le più efficaci per la nostra comunità.

Quali risultati volete raggiungere da qui a un anno? E come si potranno “visualizzare” concretamente?
Coinvolgere più produttori possibili nell’iniziativa, impostare un piano di lavoro comune e magari una sorta di “disciplinare” interno. Poi ovviamente speriamo di partire con le prime attività di sensibilizzazione ai monovarietali.    
Queste saranno implementate attraverso iniziative presso i ristoranti per far conoscere i prodotti,  coinvolgere i clienti finali in degustazioni dedicate, ma anche gli stessi ristoratori. Purtroppo sono ancora pochi i ristoranti che sul territorio valorizzano l’olio extravergine, soprattutto monovarietale. Quindi ci sarà un bel lavoro da fare su questo fronte. Un’evoluzione di quest’attività presso i ristoranti potrebbe essere quella di una degustazione in azienda con la visita agli uliveti, far conoscere le diverse piante e come queste contraddistinguono e marcano un paesaggio.
Si tratta di azioni che saranno “supportate” da materiale informativo, magari una mini guida ai monovarietali della provincia di Chieti, alle caratteristiche organolettiche, gli abbinamenti a tavola, e così via.

L’articolo Oli Monovarietali, quali sfide? Intervista a Carlo Verna è tratto dal sito della Comunità di Progetto Oli Monovarietali.

[Crediti | Foto della Comunità di Progetto Oli Monovarietali]