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Comunità di Progetto

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Articolo di Benedetta Torsello pubblicato su www.italiachecambia.org

Coltivare una profonda connessione con la natura, assecondarne i ritmi e riscoprire sé stessi: sono queste alcune delle cose che si imparano a Pizzoferrato, dove l’Associazione Anahata porta avanti la “Scuola di Vita”, comunità diffusa in cui si sperimenta il vivere bene, la condivisione e l’aiuto reciproco.

Il progetto, nato in collaborazione con GAL Maiella Verde, è diventato un riferimento per tutta la comunità locale.

L’obiettivo è coinvolgere gli abitanti del borgo e delle aree limitrofe per dar vita a una piccola economia basata sull’artigianato, sul riciclo e sulla trasformazione dei prodotti della terra.

La versione integrale dell’articolo è su www.italiachecambia.org/2021/09/il-giglio-laboratorio/

In occasione della giornata FAI Day, il 20 giugno 2021, alle ore 16:00, nel cuore del Borgo Valle Vecchia di Fallo, l’Amministrazione Comunale presenterà la Comunità di Progetto “Fallo Old School”.

Fallo è un borgo medievale della provincia di Chieti, situato nel Medio Sangro nel quale risiedono poco più di 100 abitanti.

STORIA DEL PROGETTO. Fallo Old School è una comunità di progetto di rigenerazione urbana nata
dall’idea di alcuni cittadini locali e stranieri che intendono recuperare il patrimonio pubblico e privato del Borgo Valle Vecchia, la porzione più caratteristica del Comune di Fallo, e costituita di risposta all’Avviso pubblico per “Identificazione delle Comunità di Progetto e selezione dei progetti integrati” del GAL MAIELLA VERDE.
L’obiettivo è quello di rigenerare gli immobili presenti con un approccio multi partecipato per dare al paese un aspetto nuovo e competitivo, rilanciando l’immagine territoriale dal punto di vista estetico con un respiro culturale, economico e sociale.

PERCHÉ FALLO OLD SCHOOL. Il Borgo Valle Vecchia, un’area di circa un chilometro, è caratterizzata
da costruzioni in pietra, graziose casette su più livelli con patio e giardino privato, ormai abbandonate e
ammalorate. La maggior parte di esse sono state cedute al comune, altre sono abitate dagli anziani più
folkloristici del Paese, scrigni della memoria storica e degli aneddoti del territorio, altre fanno gola al mercato straniero, in particolare del nord Europa e America.
Ed è proprio dalla curiosità e dall’esigenza dei nuovi cittadini del mondo che nasce l’idea della comunità di progetto Fallo Old School, una “vecchia” scuola di costruzione in pietra che possa accogliere studenti stranieri che vogliono imparare la tecnica di costruzione e applicarle direttamente sui propri immobili.
La comunità di progetto Fallo Old School è un cammino che oscilla dal basso verso l’alto, dalla partecipazione alla pianificazione, traducendosi in un progetto architettonico seguito da studi di progettazione e corsi sui cantieri, a cura dell’Ente Scuola Edile di Chieti e le imprese edili e artigiane del loco.

FAI


In seguito alla pubblicazione della seconda edizione dell’Avviso  “Identificazione delle Comunità di Progetto e selezione dei progetti integrati”, sono state riconosciute tre nuove Comunità di Progetto di rigenerazione territoriale:

Il Giglio
Il progetto è incentrato una serie di attività esperienziali e nello specifico su un laboratorio comunitario, nel Palazzo Baronale di Pizzoferrato, dedicato alla trasformazione dei prodotti della terra come per(corsi) che vanno dalla raccolta dei grani antichi alla panificazione naturale con la cottura nel forno di terra cruda. La comunità vuole coinvolgere gli abitanti del posto così da incentivare una piccola economia locale.

Riabitare San Giovanni
Progetto volto al recupero architettonico e funzionale del borgo di San Giovanni Lipioni con l’obiettivo di arrestare il processo di spopolamento e di attivare quelle azioni necessarie per invertire tale flusso attraverso iniziative sociali, associative e imprenditoriali che coinvolgano la comunità residente e non.

Terra delle Radici
Il progetto ha l’obiettivo di captare la nicchia di turisti potenzialmente interessati al Turismo delle Radici legato al territorio dell’Alto Vastese. Si vuole implementare un sistema di targeted marketing che si avvarrà di dati inseriti in un database appositamente realizzato con le informazioni di tutti gli emigrati partiti da uno dei comuni coinvolti dal progetto, quindi potenzialmente interessati a tornare nel loro territorio di origine. 

La Strategia di Sviluppo Locale del GAL Maiella Verde è incardinata sull’approccio collettivo e collaborativo basato su progetti di cooperazione fra attori riuniti in una formula definita “COMUNITÀ DI PROGETTO.

La Comunità di Progetto Fico Reale di Atessa ha l’obiettivo di incentivare la coltivazione del Fico Reale e coinvolgere i produttori nel facilitare la diffusione, la conoscenza e la valorizzazione del prodotto.

Abbiamo intervistato Antonio Campitelli, uno dei promotori e referente della comunità, per conoscere meglio il progetto.

Antonio Campitelli

Conosciamo Antonio Campitelli, referente e coordinatore del progetto. 
Da sempre appassionato di enogastronomia, si è avvicinato al progetto relativo il recupero e la valorizzazione del Fico Reale di Atessa qualche anno fa entrando a far parte dell’Associazione e cercando di essere parte attiva nel coinvolgimento di nuovi potenziali produttori e nella promozione del prodotto.

Come e perché nasce il progetto?
La Comunità nasce dall’esigenza di incentivare la coltivazione del Fico Reale di Atessa, coinvolgere ulteriormente i produttori nel facilitare la diffusione e la conoscenza di questo prodotto, riportare in auge quella che un tempo ad Atessa era una produzione florida.
Con la Comunità vogliamo dare continuità a quel processo di valorizzazione del Fico Reale di Atessa intrapreso con il Gal Maiella Verde qualche anno fa e che nel 2015 ci ha portato ad ottenere anche il Presidio Slow Food, riconoscimento che ha permesso al Fico Reale di varcare i confini regionali con la partecipazione al Salone del Gusto di Torino.

Fico Reale di Atessa, quali sono le sue peculiarità?
Il Fico Reale di Atessa, a polpa bianca e a polpa rossa, è contraddistinto da una forma leggermente sferica, una superficie rugosa, colore verde giallastro, polpa succosa, profumo intenso e sapore mielato, ma non eccessivamente dolce.
I fichi sono raccolti a mano e lavorati tra agosto e settembre, lasciati essiccare su graticci di canne (i cannizzi), farciti con un gheriglio di noce locale, infornati e quindi conservati, insieme a foglie di alloro, in barattoli di vetro in un luogo asciutto per almeno un mese.
La tradizione che lega il Fico Reale al territorio di Atessa è antichissima. Se ne attesta la coltura e l’essiccazione sin dall’epoca romana. Localmente è conosciuto anche con il termine dialettale di “caracìne”, che sta a testimoniare lo stretto e antico legame del fico con il suo territorio d’origine. Infatti i Carricini erano una delle quattro tribù del gruppo etnico sannitico, popolazione italica che viveva in questi luoghi.
La produzione del Fico Reale di Atessa è stata molto fiorente nel corso secoli, tanto da essere citato in diversi documenti che ne attestano il processo di essiccazione, la sua importanza per l’economia locale e l’utilizzo come ingrediente nella preparazione del torrone.
Tutto si è arrestato negli anni ’70 con l’arrivo dell’industria in Val di Sangro; la campagna è stata abbandonata e chi ha continuato ad occuparsi di agricoltura ha preferito puntare su colture più intensive e redditizie, e molti ficheti sono andati persi.
Poi qualche anno fa questa coltura è stata ripristinata, in particolare grazie all’azienda La Ruelle che ha contribuito in maniera significativa alla riscoperta e alla valorizzazione del Fico Reale e negli ultimi anni diversi ragazzi del posto hanno cominciato a reimpiantare a ficheto interi appezzamenti di terreno.

Quali sono gli obiettivi del progetto?
Incrementare la produzione, dare la possibilità agli attuali produttori, realtà che hanno reimpiantato il prodotto solo qualche anno fa, di poter trasformare il Fico che attualmente viene venduto fresco o conferito all’azienda La Ruelle in quanto l’unica realtà presente che riesce anche a trasformare il prodotto. Vorremmo mettere i produttori nella condizione di poter acquistare le attrezzature adatte e necessarie e poi strutturare un circuito, una rete commerciale.
Purtroppo il Fico è un investimento a lungo termine e magari tende a scoraggiare i potenziali coltivatori in quanto la resa non è immediata, i tempi sono lunghi e bisogna aspettare diversi anni prima che cominci a fruttificare.

Quali sfide?
Coinvolgere sempre più portatori d’interesse così da rafforzare la produzione e quindi la commercializzazione.
Negli ultimi anni siamo riusciti a portare questo prodotto nelle pasticcerie, nella ristorazione locale, tuttavia il percorso è ancora lungo, dobbiamo creare una rete commerciale strutturata e allargare il nostro raggio d’azione dal punto di vista territoriale per garantire continuità del prodotto.

Come vi siete organizzati? Chi aderisce alla Comunità di Progetto?
Attualmente aderiscono alla Comunità tutti i produttori, l’Associazione del Fico Reale di Atessa, alcuni simpatizzanti che vogliono entrare nel circuito produttivo e altri portatori d’interesse.

Operativamente? Quali azioni concrete state implementando?
Stiamo cercando di coinvolgere nuovi attori e portatori d’interesse così da creare una rete con la quale possa esserci anche un confronto sull’implementazione della progettualità.

Quali risultati volete raggiungere da qui a un anno? E come si potranno “visualizzare” concretamente?
Far crescere questa Comunità, in termini di sensibilizzazione ma soprattutto dal punto di vista strutturale. Andare ad ampliare il nostro spettro d’azione e investire anche in promozione e comunicazione, non solo per gli eventi, ma anche nel digitale con il potenziamento del sito web.
C’è inoltre la necessità di organizzare anche un minimo di accoglienza per chi viene sul territorio e vuole conoscere il prodotto. In questo senso, in ambito turistico, ci stiamo già inserendo in diversi progetti collegati come itinerari enogastronomici.
Speriamo che altri potenziali produttori decidano di intraprendere questo percorso, anche io ho avviato una sperimentazione e andrò a raccogliere i miei primi frutti tra qualche anno.
I produttori che hanno aderito alla Comunità sono tutti giovani e credo che questa sia un’opportunità per innescare una microeconomia locale connessa con il turismo e con gli altri settori, uno stimolo per spingere i giovani a restare sul territorio, a crederci.

L’articolo Fico Reale di Atessa, quali sfide? Intervista ad Antonio Campitelli è tratto dal sito della Comunità di Progetto  Fico Reale di Atessa.

La Strategia di Sviluppo Locale del GAL Maiella Verde è incardinata sull’approccio collettivo e collaborativo basato su progetti di cooperazione fra attori riuniti in una formula definita “COMUNITÀ DI PROGETTO.

La Comunità di Progetto Mille Coperte Merlino vuole diventare punto di riferimento della lavorazione della lana in Abruzzo, valorizzare la coperta abruzzese e il suo contesto produttivo ovvero il territorio di Taranta Peligna.

Abbiamo intervistato Gaetano Merlino, il promotore del progetto, e Fernando Carapella, referente della Comunità, per conoscere meglio il progetto Mille Coperte Merlino.

Gaetano Merlino è il proprietario di uno degli ultimi lanifici d’Abruzzo, Vincenzo Merlino. Fondato a Taranta Peligna nel lontano 1870, questo storico lanificio lega il suo nome alla famosa coperta abruzzese. 
Fernando Carapella collabora da diversi anni con Gaetano Merlino e si occupa della comunicazione digitale del lanificio, in particolare dell’e-commerce.

Come e perché nasce il progetto?
Abbiamo deciso di costituire questa comunità per dare continuità a una serie di attività intraprese dal lanificio Vincenzo Merlino, insieme ad alcuni operatori turistici del territorio, già da qualche anno. 
Lo stimolo forte è arrivato con un post “virale” della pagina Facebook “L’abruzzese fuori sede” che pubblicando integralmente una lettera di appello sul rischio di chiusura del nostro lanificio, uno degli ultimi d’Abruzzo, ha dato visibilità e risalto mediatico alla nostra realtà.
Così sono arrivate tante forme di supporto e sostegno con proposte per valorizzare il nostro prodotto simbolo, la coperta abruzzese, e portare avanti una storia, una cultura e una tradizione secolare di Taranta Peligna, quella della lavorazione della lana.
Ci siamo inseriti nell’iniziativa del Gal Maiella Verde mettendo insieme una prima idea di progetto, il Comune l’ha fatta sua, così come gli altri portatori d’interesse presenti sul territorio, e abbiamo dato vita alla Comunità di Progetto.

Coperta di Taranta, quali sono le sue peculiarità?
Taranta Peligna ha una lunga e importante tradizione nei filati di lana che condivide con tutta l’area circostante, quella del versante orientale della Maiella e in particolare i paesi di Palena, Lama dei Peligni e Fara San Martino. Il fiume Aventino, che attraversa questi territori, ha sempre garantito un’alta concentrazione di acqua che ha favorito storicamente la lavorazione della lana.
A dare il loro contributo anche le materie prime, non solo la lana, ma anche il legname per le caldaie delle tintorie, le erbe per colorare i tessuti. E poi la transumanza che attraverso i tratturi ha incoraggiato un proficuo scambio nel tempo. Tutte queste condizioni hanno permesso il consolidamento di una serie di attività legate al tessile. Taranta Peligna, in particolare, lega il suo nome alle “tarante”, stoffe di lana rozza nera realizzate con le gualchiere e utilizzate per le mantelline dell’esercito borbonico.
La famosa coperta abruzzese, immancabile nei corredi familiari, contraddistinta dalle frange colorate e dalle decorazioni floreali o geometriche con motivi mediorientali, entra in scena nell’800 e conosce la sua fama con il diffondersi dei lanifici, nell’area dell’Aventino, dopo la rivoluzione industriale.
All’inizio del secolo scorso Vincenzo Merlino ha “reinventato” la coperta abruzzese con elementi decorativi diversi dai classici floreali, gli angeli, che sono diventati il marchio distintivo del lanificio.

Quali sono gli obiettivi del progetto?
Il lanificio Merlino vuole essere punto di riferimento e testimonianza per la lavorazione della lana e la produzione della coperta abruzzese. Vogliamo allestire una struttura museale, uno spazio da visitare in termini di accoglienza turistica, un luogo eletto all’incontro e alla formazione. 
Inoltre attraverso la Comunità ci proponiamo di dare nuovo impulso a quella che a Taranta, un tempo, era la filiera della lana.

Quali sfide?
Far confluire e interagire i diversi interessi quindi la componente culturale, turistica e produttiva. Per accogliere i turisti nel lanificio è indispensabile avere il prodotto, mettere in funzione i macchinari utili per mostrare la produzione della coperta. E’ importante continuare a realizzare questo prodotto perché custode di saperi, cultura e tradizione. Dietro alla coperta c’è tutta una storia che va ricostruita e testimoniata.  Se la coperta abruzzese scompare è inutile visitare lo stabilimento e quindi investire in questo senso.

Come vi siete organizzati? Chi aderisce alla Comunità di Progetto?
Aderiscono alla Comunità di Progetto il lanificio Vincenzo Merlino, il Comune di Taranta Peligna, il Parco Nazionale della Majella, il Lanificio Bianco, l’Istituto tecnico Algeri Marino di Casoli, Edizione Menabò con la rivista D’Abruzzo, la Coop. ASCA Porta del Parchi di Anversa degli Abruzzi, diversi operatori turistici (Barbara Dalla Costa, Luigia Di Sciullo),  Majexperience, alcune scuole e dovrebbero arrivare altre adesioni nei prossimi giorni.

Operativamente? Quali azioni concrete state implementando?
Abbiamo redatto un documento preliminare e, come Comunità, ci stiamo confrontando. 
Tutti i portatori d’interesse stanno dando il loro contributo, anche per i contenuti del sito web, in quanto è un progetto di condivisione. 
Tra le azioni che vogliamo intraprendere nell’immediato ci sono gli itinerari turistici da strutturare con gli operatori presenti sul territorio e in quest’ottica prepararci all’accoglienza. Vorremmo mettere a punto un format di visita presso il lanificio che sia spendibile non solo per l’operatore turistico che fa tappa con il suo gruppo, ma anche per chi è semplicemente di passaggio sul territorio. Per promuoverci è necessario prevedere anche un minimo di investimento nella comunicazione, soprattutto digitale. 

Quali risultati volete raggiungere da qui a un anno? E come si potranno “visualizzare” concretamente?
Tra un anno ci vediamo con una struttura pronta per accogliere un gruppo di turisti o una scuola, un luogo dove poter fare un’esperienza e quindi assistere alla produzione della coperta abruzzese, toccarla con mano così da comprendere il contesto e il tessuto storico-culturale di questo prodotto. Un altro traguardo che ci piacerebbe raggiungere è legato alla riattivazione della filiera della lana in loco: attualmente tutte le attività connesse, come il lavaggio e la tintura, avvengono altrove; quindi è necessario riportare tutto qui a Taranta, magari con un piccolo impianto che permetta di tenere viva la filiera. Un’operazione di questo tipo mira anche a tramandare questa cultura, a generare un’economia locale. Naturalmente per raggiungere questo traguardo è importante garantire un minimo di produzione e stimolare il turismo.
Tra le altre cose sarebbe interessante mettere su un archivio storico dedicato alla lavorazione della lana, perché sono davvero tanti i documenti rinvenuti che raccontano e testimoniano questa attività secolare di Taranta Peligna.

La Strategia di Sviluppo Locale del GAL Maiella Verde è incardinata sull’approccio collettivo e collaborativo basato su progetti di cooperazione fra attori riuniti in una formula definita “COMUNITÀ DI PROGETTO.

La Comunità di Progetto La Quercia di Pizzoferrato ha l’obiettivo di promuovere lo sviluppo di un’economia circolare creando un’offerta turistica e formativa integrata e in costante evoluzione.

Abbiamo intervistato Angela Schmel, promotrice e referente della comunità, per conoscere meglio il progetto La Quercia di Pizzoferrato.

Angela Schmel

Conosciamo Angela Schmel, referente e coordinatrice del progetto.  
Nata a Budapest e cresciuta in una famiglia multiculturale nell’Ungheria comunista, sin da giovanissima ha fatto propri i valori e gli ideali di condivisione e comunità. Vive in Abruzzo dal ’92 e da cinque anni a Torricella Peligna dove pratica l’attività di terapeuta, lavorando a 360 gradi sulle persone e quindi sulla psiche, sul corpo, e su tutto quello che può migliorare la crescita e il benessere personale.

Come e perché nasce il progetto?
Tutto comincia con la mia attività di terapeuta. Negli ultimi anni, attraverso diverse collaborazioni, ho sperimentato una forma di accoglienza integrata che mette al centro l’esperienza e il benessere fisico, mentale ed emozionale della persona. Sul territorio ho conosciuto persone che condividono le mie idee e progettualità, tra queste Palmerino Fagnilli, il sindaco di Pizzoferrato, con il quale ho avviato un progetto di recupero del Palazzo baronale che oggi è un centro di formazione e ricerca per la crescita e l’evoluzione personale.
Il percorso della nostra comunità, attraverso il progetto del Gal Maiella Verde, può crescere ulteriormente, strutturarsi in un’offerta turistica che porta chi visita il territorio a vivere un’esperienza indelebile.

Qual è il territorio di riferimento e quali sono le sue attrattive?
L’area di riferimento è il versante orientale della Maiella, e in particolare coinvolge i Comuni di Pizzoferrato, Torricella Peligna, Montenerodomo, Gamberale, Palena, Lettopalena, Archi, e un paese del Vastese, Tufillo.
Si tratta di un territorio molto variegato, con spiccate attrattive naturalistiche, culturali ed enogastronomiche. 

Quali sono gli obiettivi del progetto?
C’è un aspetto idealistico che ci muove. Personalmente credo che ogni persona attraverso il contatto possa acquisire nuova consapevolezza. Siamo qui per imparare, condividere, amare ogni giorno in più e in meglio ogni cosa, la natura, noi stessi, gli altri  e quindi aiutarci a vicenda per essere migliori. Il nostro principale obbiettivo è la collaborazione tra le persone, la cooperazione delle comunità che operano nell’area di riferimento, la creazione di una rete per strutturare meglio l’accoglienza sul territorio. Solo lavorando insieme possiamo far crescere il nostro progetto, permettere a chi arriva in Abruzzo un’esperienza unica, che non sia superficiale, bensì emozioni e consenta una connessione profonda con la natura e con il territorio che si vive.
Non stiamo semplicemente cavalcando l’onda del turismo esperienziale, che ora è tanto in voga. Quello che proponiamo io lo faccio già da vent’anni, quindi non andiamo a sperimentare qualcosa di nuovo o ad inserirci in una tendenza di mercato. Il nostro è un percorso autentico, emozionale e di crescita, in quella che è la regione più verde d’Europa.
Attraverso questa Comunità vogliamo promuovere lo sviluppo dell’economia circolare, creando un’offerta turistica e formativa completa sempre più ricca, in costante evoluzione.

Qual è il turismo di riferimento?
Un turismo sostenibile e tematico, incentrato sull’esperienza, focalizzato su attività che vanno dall’escursionismo all’agricoltura sostenibile e alla raccolta delle erbe autoctone locali, dalla bioedilizia con cantieri didattici per il recupero degli edifici in pietra all’educazione ambientale, dalla riscoperta dei sapori ancestrali attraverso la trasformazione delle erbe, alla scuola dell’infanzia nella natura. Vogliamo che tutte queste esperienze siano interconnesse sul territorio, quindi presenti in più luoghi, così da creare un circuito dove ci si possa spostare anche a piedi o in bici.  

Quali sfide?
Io credo nell’idea di comunità e sono fiduciosa. Spero che il progetto decolli, in particolare in questa fase è necessario strutturarsi così da poter accogliere al meglio chi viene sul territorio.
E’ importante sensibilizzare chi vive nell’area di riferimento, tutta la collettività, creare collaborazione, ma ancora di più mantenerla nel tempo coinvolgendo il maggior numero di operatori e lavorando sotto un comune denominatore, forse questa è la sfida più grande. 

Come vi siete organizzati? Chi aderisce alla comunità di progetto?
Hanno aderito alla Comunità di Progetto l’Associazione Anahata che promuove il turismo tematico ambientale (trasmissione di conoscenza, benessere psico-fisico, crescita personale, percorsi motivazionali, seminari intensivi, terapie alternative, utilizzo e riconoscimento di erbe spontanee, officinali e aromatiche, laboratori didattici), l’azienda agrituristica “Lo Zafferano” (recupero degli uliveti abbandonati, coltivazione delle erbe aromatiche e officinali, ospitalità alternativa e cucina naturale), l’azienda agrituristica di Federico Di Matteo (ospitalità nelle baite, centro benessere nel bosco, ippoterapia, silvoterapia), l’associazione Re.V.S. di Giuseppe Lannutti (rifugio-museo delle civiltà arcaiche “Il Trappeto”, scambio culturale internazionale attraverso i progetti di volontariato, scuola di restauro delle opere in pietra, legno e mattoni con tecniche antiche, prodotti naturali ed ecologici), Edelwais Country House di Nicola Di Sciullo (turismo rurale e B&b), la Pro Loco di Archi (creazione di eventi e promozione del turismo lento), il Comune di Pizzoferrato e sono in procinto di aderire altri portatori d’interesse.

Operativamente? Quali azioni concrete state implementando e volete implementare?
Stiamo cercando di coinvolgere altri portatori d’interesse, implementando una strategia e un piano d’azione per coordinare e collegare tutte le attività produttive e i servizi all’interno di un programma di accoglienza strutturato con un calendario a pianificazione annuale.
Successivamente vogliamo accrescere la produttività dei servizi già presenti, investire in promozione e comunicazione, soprattutto digitale.

Quali risultati volete raggiungere da qui a un anno? E come si potranno “visualizzare” concretamente?
Tra un anno come Comunità avremo sicuramente le prime presenze sul territorio, tuttavia siamo anche consapevoli del fatto che non saremo pronti al 100%, ci saranno ancora alcune problematiche da risolvere e soluzioni da implementare.

L’articolo La Quercia di Pizzoferrato, quali sfide? Intervista ad Angela Schmel è tratto dal sito della Comunità di Progetto La Quercia di Pizzoferrato.

La Strategia di Sviluppo Locale del GAL Maiella Verde è incardinata sull’approccio collettivo e collaborativo basato su progetti di cooperazione fra attori riuniti in una formula definita “COMUNITÀ DI PROGETTO.

La Comunità di Progetto Ventricina del Vastese ha l’obiettivo di migliorare la percezione qualitativa della Ventricina, promuoverla oltre i confini regionali, investire nella crescita della Comunità e dare nuovo impulso all’economia del territorio di riferimento, quello del Vastese.

Abbiamo intervistato Michele Piccirilli, tra i promotori della Comunità, e Stefano Di Fiore, referente della Comunità, per conoscere meglio il Progetto Ventricina del Vastese.

Michele Piccirilli e Stefano Di Fiore

Stefano Di Fiore, referente e coordinatore del progetto, da quindici anni produce salumi tradizionali e Ventricina del Vastese nel suo piccolo laboratorio di Fresagrandinaria.
Michele Piccirilli, tra i promotori della Comunità, dopo gli studi in scienze agrarie, nel 2009 torna a Roccaspinalveti e, ripartendo dall’azienda agricola di famiglia, avvia un’attività artigiana incentrata sulla produzione di insaccati e salumi del territorio, in particolare la Ventricina del Vastese.

Come e perché nasce il progetto?
Nasce da quel percorso di collaborazione, tra produttori della Ventrica del Vastese, intrapreso qualche anno fa con la programmazione Leader del G.A.L. Maiella Verde.
Sono stati diversi i risultati raggiunti come comunità, a cominciare dal disciplinare di produzione e dal Presidio Slow Food, la realizzazione di un gruppo d’assaggio e di una guida dedicata, la promozione del prodotto attraverso un evento come il Festival della Ventricina. 
Con questa comunità vogliamo continuare quel processo di valorizzazione della Ventricina, migliorare il prodotto, ma anche la percezione della sua qualità, potenziare la rete commerciale, ampliare il mercato di riferimento che comunque resta di nicchia, investire nella crescita delle aziende coinvolte e dare nuovo impulso all’economia del territorio di riferimento, quello del Vastese.

Ventricina del Vastese, quali sono le sue peculiarità?
È un insaccato pregiato, con storia e lavorazione peculiare, preparato con le parti più nobili del maiale tagliate a punta di coltello, in pezzi di grana grossa conditi con sale, peperone dolce e piccante e fiore di finocchio.  La carne viene insaccata nelle vesciche del suino, un tempo nel ventre, e si ottiene quindi una palla ovale di uno o due chili.
La stagionatura è lunga: fa un primo passaggio di 40-60 giorni, poi un’immersione nello strutto per limitare il calo di peso e un ulteriore periodo di stagionatura che può arrivare fino a 10-12 mesi. È denominata del Vastese per via dello stretto legame che ha con il suo territorio d’origine: la zona di produzione coincide con l’area compresa tra i fiumi Trigno e Sinello, nei comuni del Medio e Alto Vastese con altimetrie comprese tra i 200 ei 1.000 metri.  
Al taglio si presenta di grana grossa, con la caratteristica colorazione rosso arancio che conferisce il peperone. L’aroma è fragrante e tipico, il sapore dolce o piccante.
In passato, era ottenuta da maiali rustici, neri o rossi, e veniva consumata nei momenti più importanti della vita rurale, come la mietitura e la vendemmia.
Dal 2015 la Ventricina del Vastese è un Presidio Slow Food.

Quali sono gli obiettivi del progetto?
Migliorare alcuni aspetti “tecnologici” legati alla stagionatura della Ventricina e all’utilizzo di aromi naturali, incentivare la promozione soprattutto a livello nazionale con la partecipazione a fiere ed eventi ad hoc, potenziare la rete commerciale, puntare su formazione e affiancamento per migliore le performance economiche delle realtà produttive coinvolte,  investire in comunicazione digitale e far crescere la rassegna itinerante “Festival della Ventricina del Vastese”.
In conclusione l’obiettivo generale della Comunità è quello di dare nuova linfa allo sviluppo economico e sociale dell’entroterra Vastese. 

Quali sfide?
Portare una volta per tutte questo prodotto fuori dai confini regionali, in quanto ancora poco conosciuto. Restare sempre nel nostro mercato di nicchia, ma guardare oltre l’Abruzzo. Ovviamente questo implica incentivare i quantitativi, e per un prodotto artigianale come la Ventricina che utilizza solo aromi naturali, è difficile o comunque richiede determinate accortezze e attenzioni così da mantenere il livello qualitativo alto. Sono stati già fatti diversi studi in passato, in particolare sugli aromi naturali e le fermentazioni legate al peperone, ora si tratterebbe solo di confrontarsi con altri enti di ricerca, sperimentare.
Un’altra sfida è quella di legare maggiormente la Ventricina al suo territorio d’origine, identificarlo con esso, così che acquisti più valore. Il prodotto è anche il racconto di un territorio, e finora questo “dialogo” in termini di comunicazione e promozione è stato un po’ carente, forse perché dobbiamo andare a identificare meglio quelli che sono i fattori territoriali (aria, altitudine, ecc.) che vanno a contraddistinguere la Ventricina del Vastese. 

Come vi siete organizzati? Chi aderisce alla Comunità di Progetto?
Attualmente aderiscono alla Comunità i produttori della Ventricina del Vastese e alcune amministrazioni locali. Stiamo coinvolgendo altri portatori d’interesse, e si aggiungeranno sicuramente altre realtà territoriali.
In questo progetto è bello crederci insieme, confrontarsi e avere, come comunità e rete di persone, un obiettivo comune.

Operativamente? Quali azioni concrete state implementando?
Stiamo raccogliendo le ultime adesioni alla Comunità, predisponendo delle linee guida e stiamo cercando di implementare una strategia d’azione comune. 

Quali risultati volete raggiungere da qui a un anno? E come si potranno “visualizzare” concretamente?
Vogliamo commissionare quanto prima uno studio del contesto economico del distretto Ventricina del Vastese per individuare i punti di forza e di debolezza e quindi poter pianificare una strategia economica di sviluppo delle aziende e del territorio. Da qui a un anno speriamo di partire con tutto l’aspetto promozionale, il potenziamento della rete commerciale, ma allo stesso tempo dobbiamo guardare anche miglioramento delle tecniche produttive e investire in progetti di ricerca.
La produzione della Ventricina del Vastese è rigorosamente artigianale, ma non deve sottrarsi all’innovazione, intesa come perfezionamento del prodotto se vogliamo crescere e varcare, pur restando nel nostro mercato di nicchia, i confini regionali.

L’articolo Ventricina del Vastese, quali sfide? Intervista a Stefano Di Fiore e Michele Piccirilli è tratto dal sito della Comunità di Progetto Ventricina del Vastese.

La Strategia di Sviluppo Locale del GAL Maiella Verde è incardinata sull’approccio collettivo e collaborativo basato su progetti di cooperazione fra attori riuniti in una formula definita “COMUNITÀ DI PROGETTO.

La Comunità di Progetto Bollicine d’Abruzzo DOC ha l’obiettivo di accrescere la promozione e la conoscenza delle bollicine autoctone abruzzesi e di caratterizzarne l’aspetto qualitativo.

Abbiamo intervistato Vincenzo Angelucci, uno dei promotori e referente della comunità, per conoscere meglio il progetto.

Vincenzo Angelucci

Conosciamo Vincenzo Angelucci, referente e coordinatore del progetto. 
Consulente aziendale nel settore delle reti del marketing,  è nel CDA, nonché socio, della cantina Eredi Legonziano per la quale si occupa anche della parte commerciale e promozionale. 
Eredi Legonziano è una realtà cooperativa che negli ultimi anni si è distinta soprattutto per la produzione di spumanti Abruzzo DOC. Costituita nel lontano 1968 è una delle nove consociate di Citra Vini, raccoglie nell’area frentana più di 200 soci (oltre 400 ettari complessivi di terreni) e ha una produzione annua che si aggira sulle 100.000 bottiglie di cui 50.000 sono spumanti.

Come e perché nasce il progetto?
Nasce dalla volontà di valorizzare le “bollicine” DOC abruzzesi. 
Gli spumanti sono sempre più apprezzati sia dal mercato nazionale che internazionale, quindi bisogna cavalcare l’onda. Attraverso la Comunità vogliamo contraddistinguere le nostre bollicine autoctone, renderle riconoscibili per le loro caratteristiche peculiari, la personalità e le specifiche organolettiche.
La necessità è quella di creare un brand Bollicine d’Abruzzo DOC.
Carmine Festa, il primo enologo di Eredi Legonziano, già negli anni ’80 aveva intuito il potenziale dei vitigni autoctoni abruzzesi per la produzione delle bollicine e la necessità della trasformazione in loco. Da lì è cominciata la nostra storia e oggi Eredi Legonziano può considerarsi precursore e cantina leader, in Abruzzo, nella spumantizzazione delle uve autoctone in quanto prima realtà sul territorio a fregiarsi per lo spumante della denominazione Abruzzo DOC.

Bollicine d’Abruzzo DOC, quali sono le sue peculiarità?
Sono realizzate esclusivamente con vitigni autoctoni locali e anche i tagli sono fatti con vitigni abruzzesi. Per decenni siamo stati fornitori di vini per basi spumante per i grandi imbottigliatori del Nord Italia fino a quando, venti anni fa, abbiamo deciso di iniziare a spumantizzare sul territorio, qui in Abruzzo, con Trebbiano, Pecorino, Passerina, Cococciola, Montonico, e persino Montepulciano d’Abruzzo. Solitamente per gli spumanti si utilizzano Chardonnay, Pinot Noir, e altri vitigni internazionali particolarmente vocati. Quindi produrre bollicine con i vitigni autoctoni rappresenta una sfida, che non appartiene solo a noi: in tutte le regioni italiane si cominciano a produrre bollicine autoctone locali con ottimi risultati. Negli ultimi vent’anni anni, grazie all’avvento e all’affermazione del prosecco, che ha reso lo spumante accessibile a un platea più ampia, il consumatore ha acquisito una cultura delle bollicine rispetto al passato.
Come cantina produciamo basi spumante per tutti i vitigni autoctoni presenti nell’entroterra chietino, in particolare nell’area frentana, nei territori di Lanciano, Castel Frentano, Orsogna, Sant’Eusanio del Sangro.
Accanto ai bianchi già citati, anche il Montepulciano d’Abruzzo, difficile da gestire nella spumantizzazione  in purezza e che utilizziamo, attraverso i tagli, negli spumanti rosé.
Negli ultimi anni si è affermata anche la tendenza del “monovitigno”, ma nel caso dello spumante l’impiego di un solo vitigno non garantisce automaticamente un risultato migliore rispetto a una bollicina “assemblata”. Noi attualmente  produciamo spumanti, in particolare metodo Charmat/Martinotti che amiamo definire “metodo italiano”, che hanno la prevalenza di un vitigno anziché il 100%. Nella nostra gamma, che contempla cinque metodo italiano e tre metodo classico è presente solo una bollicina vinificata in purezza, un metodo italiano biologico, 100% Pecorino, affinato sei mesi in autoclave, un esperimento che abbiamo introdotto quest’anno.

Quali sono gli obiettivi del progetto?
L’obiettivo primario riguarda la promozione, bisogna qualificare il prodotto, a cominciare dal mercato locale. Quindi dobbiamo sensibilizzare il consumatore, conquistarlo, far conoscere le bollicine DOC attraverso degustazioni, visite in cantina. E’ importante far capire che a parità di qualità scegliere un prodotto DOC significa sostenere l’agricoltore locale. Siamo sicuri di essere all’altezza delle bollicine del nord, ma dobbiamo lavorare sulla promozione, sulla divulgazione, sulla cultura del consumatore e nel capire quali sono le dinamiche per aiutare il produttore.
Noi di base abbiamo una mentalità cooperativa, e i nostri risultati positivi possono dare un vantaggio importante al produttore locale.
L’altro obiettivo si focalizza sulla caratterizzazione tecnica ovvero elevare l’aspetto qualitativo della produzione autoctona di spumanti attraverso lo studio, l’individuazione e l’impianto di vigneti sperimentali, anche in collaborazione con enti locali presenti nel territorio del disciplinare Abruzzo DOC, in zone montane con microclimi che esaltino le qualità necessarie richieste per le migliori basi spumante. 

Quali sfide?
Caratterizzare con i vitigni autoctoni gli spumanti territoriali e far cadere pregiudizi e preconcetti nei confronti delle nostre bollicine locali che non sono inferiori ai più blasonati spumanti del nord o ai francesi. Questo significa che non dobbiamo porci dei limiti, spesso siamo troppo umili e non valorizziamo a sufficienza il nostro lavoro e valore. 

Come vi siete organizzati? Chi aderisce alla Comunità di Progetto?
Siamo gli unici a fare bollicine Abruzzo DOC. Dei 17 ettari regionali rivendicati dall’Abruzzo DOC spumante, il 90% dei terreni sono dei nostri soci. Siamo stati gli unici a intraprendere questa strada, a crederci. 
Alla Comunità di Progetto aderiscono Eredi Legonziano, come cantina produttrice e cooperativa che trasforma il prodotto conferito dai soci, i produttori di Uve Abruzzo Doc Spumante e alcune associazioni di categoria, in particolare quelle che guardano al mondo della ristorazione.

Operativamente? Quali azioni concrete state implementando?
In questa fase stiamo raccogliendo adesioni e cercando portatori d’interesse. Inoltre abbiamo individuato i potenziali Comuni dell’entroterra, rientranti nella DOC, per la sperimentazione (Altino, Archi, Atessa, Bomba, Casoli, Fara Filiorum Petri, Fara San Martino, Gessopalena, Guardiagrele, Lama dei Peligni, Palombaro, Pennapiedimonte, Pretoro, Rapino, Roccascalegna, Tornareccio). 
Stiamo anche lavorando sul fronte promozione e valutando alcune opportunità di collaborazione.
Un esempio può essere quello del Comune di Roccascalegna: il castello può offrire un grande potenziale in termini di visibilità ai nostri prodotti, quindi una collaborazione con loro sarebbe auspicabile e potrebbe portare beneficio a tutti. Dobbiamo uscire della logica del turismo per settori e allargare la visione, arricchire l’esperienza turistica per chi visita un territorio, mettere insieme un sito d’interesse culturale con le bollicine o altri prodotti locali.
È fondamentale collaborare, dialogare, trovare il modo di interagire anche con le altre comunità di progetto. Il vino ruota intorno all’esperienza e noi dobbiamo vendere un territorio, non un singolo prodotto.

Quali risultati volete raggiungere da qui a un anno? E come si potranno “visualizzare” concretamente?
Due tipologie di risultato, uno “filosofico” relativo all’immagine e uno più tangibile ovvero riuscire a posizionare il prodotto in più ristoranti, enoteche e locali possibili, a cominciare da quelli abruzzesi.  È necessario far crescere la reputazione di questo prodotto che è ancora poco conosciuto, anche se il nostro rimane un mercato di nicchia.
Bisogna far comprendere al consumatore finale che il nostro prodotto non ha nulla da invidiare ai più blasonati spumanti del Nord Italia. 
L’obiettivo è valorizzare le bollicine d’Abruzzo DOC, così da migliorare la condizione dei produttori locali. 

L’articolo Bollicine d’Abruzzo DOC, quali sfide? Intervista a Vincenzo Angelucci è tratto dal sito della Comunità di Progetto Bollicine d’Abruzzo DOC.